|
C’è un preciso momento in cui Devendra lo strampalato e incerto cantautore naif compie la definitiva mutazione in Banhart la rockstar in totale controllo di sé stesso, della sua musica e di un pubblico che gli sta ai piedi. Avviene pressochè ad un terzo del concerto, allorchè l’artista – mezzo texano, mezzo venezuelano e parecchio SanFranciscan – si lancia, seguito dalla band (più o meno, i Vetiver) in un brano tratto dal nuovo album in uscita a settembre. Si chiama “Long Haired Child”, ed è un pezzo che, pur conservando alcune delle idiosincrasie tipiche di Devendra, possiede un incedere da numero uno in classifica e fa capire che “Cripple Crow” – questo il titolo del disco – potrebbe rappresentare un evento di proporzioni sconvolgenti nel panorama rock di questo decennio. Sapevamo che sarebbe stato un concerto diverso da quello cui assistemmo un anno e mezzo fa – Devendra da solo su uno sgabello, chitarra e voce – ma non immaginavamo che l’avremmo visto così a proprio agio nel ruolo di rocker (pur morbido) e capobanda. E invece, credeteci, “Long Haired Child” è un folk-rock assolutamente trascinante e il concerto della scorsa sera è stato un trionfo. Eppure non era iniziata benissimo, la serata. Ci eravamo sorbiti cinque-minuti-cinque di demenziali invettive terzomondiste contro la nostra amata Coca Cola da parte degli organizzatori, poi sul palco era salito Entrance, il capellone bluesman buon amico di Banhart. L’avevamo già visto all’opera un paio di mesi fa, Entrance, e ne avevamo parlato pure bene, prendendocela con l’amplificazione che non rendeva giustizia alla sua voce (parole nostre). E invece abbiamo scoperto a Villa Ada che l’amplificazione del Circolo degli Artisti era da scagionare, e che se i blues da desperado di Entrance risultano così urticanti la colpa è di quella chitarraccia elettrica che si porta appresso, e che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Fatto sta che “Wayward Stranger”, eseguita in conclusione di set per sola voce – davvero bella e potente - e tamburello, è il solo suo brano che ci siamo sentiti di applaudire. Quando Devendra appare sul proscenio, seduto con chitarra in grembo alla Crosby Stills & Nash al pari del suo socio Andy Cabic e degli altri Vetiver (la band di cui anche Banhart è parte) è palese che si tratta di un’altra categoria, di altra classe. Tanto per cominciare, Banhart – incrocio tra Cristo e Manson con cappellaccio bianco in testa e a torso nudo per quasi tutto lo show – e i suoi sodali possiedono un’immagine fortissima. Sembrano, superficialmente, degli hippies lungocriniti degli anni ’70 ma in realtà è al 2005 che appartengono in tutto e per tutto. C’è humour, ed ironia a iosa, in quello che fanno, e c’è tanta ma proprio tanta determinazione e convinzione nei propri mezzi in Devendra Banhart, uno che se le cose vanno come devono andare in un paio d’anni farà capolino da tutte le copertine dei giornali di settore al posto dei vari usurati Bono e Chris Martin. Devendra parte lento, con un pezzo in spagnolo – forse “Quedate Luna” dal prossimo album – per poi cominciare ad entrare nel vivo con “Will Is My Friend” (“Will is my friend/ Will sings like John/ goin' back to California...”) che per la prima volta ascoltiamo suonata con band e batteria. Bè, che dire, funziona. Vero che si perde qualche sfumatura, e da pezzo folk straniato qual era diventa “altro”, e però prima…ecc.ecc.: stessi commenti in fondo che devono aver fatto i contemporanei di Dylan quando lo sentirono per la prima volta elettrificato dalla Band. Detto che la serata decolla quando la band (con la b minuscola, ovvero i Vetiver) si alza in piedi e dà il via all’esecuzione di “Long Haired Child”, il concerto è un one-man-show di Devendra. Che gigioneggia a più non posso talvolta lasciando spazio ai suoi compagni per eseguire canzoni dei Vetiver (un paio, e non tra le cose migliori ascoltate) e al pubblico (a un certo punto fa salire sul palco un certo Fabio e lo lascia sotto la luce dei riflettori a cantare una canzone da questi composta: manco brutta, peraltro). Se la spassano, Devendra, Cabic e co. (altro che tristi e cupi hippies desnudi degli anni ’70), e fanno anche tante cover: “I’m Your Puppet”, quella di Sandie Shaw, e “Shame” degli Smashing Pumpkins, in una versione stratosferica che tutti ballano (a un concerto di Devendra Banhart, lo avreste mai detto?). E soprattutto fa anche tante vecchie canzoni: fra le molte, citiamo la barrettiana “Little Spider” e la magica “It’s A Sight To Behold”. Tutte bellissime, ed eseguite in versione scarna e intima come sui dischi, ma è comunque chiaro che quel repertorio fa capo ad un periodo che è ormai irreversibilmente concluso, rimpiazzato dalla nuova fase, quella del nuovo “Cripple Crow” con cui – è evidente – Devendra oggi si diverte molto di più e che ci propone con apparente sincera gioia. Che se ne può dire? Che pezzi come “I Feel Just Like A Child”, “Little Boys” e “I Love That Man” – per citarne tre di cui abbiamo colto i titoli - sono più “pop” e più trascinanti, e che sono una sontuosa fusione neo-millenaria di tutti i molteplici elementi che compongono la musa di Devendra, da Neil Young alla pop-music da classifica degli anni sessanta, passando per il minimalismo glam di Marc Bolan. Devendra a cui stasera viene tributato un successo personale, con il pubblico che non lo vuole lasciar andare e a cui concede due bis, con conclusione su un brano reggato che diventa world music che si tramuta in una bollente jam con Entrance ed una cinquantina di spettatori tutti sopra al palco a zompettare come maniaci insieme al Nostro e alla sua band. Continuano a suonare e a cantare mentre noi siamo già sul vialetto che ci riporterà a casa e ci vengono in mente le immortali parole di Travis Bickles, il Robert De Niro del “Taxi Driver” di Scorsese: “Someday a real rain will come and wash all this scum off the streets…” Il temporale sta arrivando: si chiama “Cripple Crow”, e state certi che spazzerà via un bel po’ di quella fasulla porcheria sonora che ci affligge tutti i giorni.
MONOGRAFIE: Devendra Banhart live @ Circolo Degli Artisti – Roma, 28 maggio 2004
MONOGRAFIE: Devendra Banhart live @ Alpheus - Roma, 8 ottobre 2004
RECENSIONI: Devendra Banhart - Rejoicing In The Hands
Articolo del
22/07/2005 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|