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“Like finding home in an old folk song…” canta Devendra Banhart in “It’s a Sight to Behold”, splendida canzone contenuta nel suo penultimo album, “Rejoicing in the Hands”, e, in effetti, il giovane cantante/chitarrista in concerto è riuscito a creare in maniera molto spontanea un clima di grande familiarità con il pubblico, in questa sua seconda esibizione romana. Occasione in cui le atmosfere fiabesche, intimiste e per certi versi fuori dal tempo che caratterizzano la sua musica hanno lasciato il posto ad un set di corpose rock-songs, eseguite da Devendra con l’aggiunta di una sezione ritmica e di altri due chitarristi (uno all’acustica, l’altro all’elettrica). Una bella sorpresa per chi si aspettava un’esibizione “solitaria”, perché il groove creato da batteria, basso, acustica, elettrica e dalla chitarra con le corde di nylon - tra parentesi, “dettaglio” fondamentale per il suono dei dischi di Devendra, ma di cui non parla mai nessuno nelle recensioni - di Banhart ha vivacizzato l’atmosfera e ci ha scossi dal torpore in cui eravamo precipitati durante il concerto delle Coco Rosie, gruppo di apertura della serata. ------------------ Si comincia con un brano solo voce e chitarra, poi arrivano i “compagni” di Devendra, personaggi estroversi e decisamente “freak”, che sembrano usciti dalla copertina di “Cosmo’s Factory” dei Creedence Clearwater Revival, per dare vita ad uno show trascinante, che rivisita il repertorio di Banhart in chiave elettrica, combinando melodie folk rock, blues, reggae, spunti psichedelici (c’è anche una jam interminabile) e melodie “old fashioned” (“This Beard is for Stobhan”, quasi rag). La band suona con grande naturalezza, i musicisti sembrano divertirsi un mondo, e i nuovi arrangiamenti dei pezzi che offrono al pubblico vengono apprezzati molto dai presenti, tanto che, ad un certo punto, un ragazzo si avvicina al palco e dona un delfino di peluche a Devendra (che se lo infila nella camicia e continua a cantare…). Subito il chitarrista elettrico comincia a gigioneggiare imitando il verso dell’animale nel microfono… un siparietto molto divertente. La performance è inoltre valorizzata dalle armonie vocali del gruppo, perché, ad eccezione del batterista, anche i due chitarristi e il bassista si esibiscono in parti cantate, rendendo ancora più marcato il cortocircuito temporale (anni Sessanta, Settanta, 2004…) che ha caratterizzato la serata, e che raggiunge il culmine nella “This is the Way” del bis, suonata col banjo. Un concerto molto godibile, preceduto purtroppo dal set delle Coco Rosie: queste due sorelle (Sierra e Bianca) sono incensate da tutte le riviste di settore per la loro fusione di diversi linguaggi musicali (folk, elettronica, blues, lirica…), che su disco può anche funzionare, ma che dal vivo diventa presto una nenia insostenibile, sorretta da soundscapes stralunati e da arpeggi di chitarra acustica monotoni e banali. Per non parlare della voce sommamente sgraziata di Sierra...
Articolo del
11/10/2004 -
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