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Dopo il periodo condiviso con i Thru Collected, Altea si concentra su una dimensione più personale che confluisce nell’EP Nessuna: un lavoro che intreccia scrittura intima e produzione essenziale, tra glitch delicati, loop minimali e strumenti suonati con misura mai esibiti come virtuosismo ma come appoggio emotivo. Le canzoni mettono a fuoco un’anima inquieta, attraversata da malinconia e vulnerabilità, restituendo un percorso di introspezione e crescita che si riflette con coerenza anche dal vivo.
All’Auditorium Novecento il silenzio pesa quasi quanto il suono.
È uno spazio raccolto e il palco è basso. L’allestimento è minimo ma eloquente: alcune gerbere legate al microfono, un piccolo lumino acceso sulla tastiera. I visual proiettati in bianco e nero riproducono formiche, fiori, scarpe, volti. Le luci bianche, lunari, contribuiscono a un’atmosfera notturna, raccolta, quasi sospesa. Dettagli semplici che trasformano la scena in uno spazio domestico, da camera, come se il concerto fosse un prolungamento di una stanza privata o di uno spazio meditativo.
Il suo live, sold out, lascia respirare la sala dell’Auditorium, costruendo una relazione fatta di attese, vuoti e improvvise densità emotive. Il suono è stratificato ma trattenuto. Le strutture elettroniche restano essenziali: tappeti discreti, pulsazioni basse, elementi che sostengono senza imporsi. La voce è il vero asse del concerto, fragile ma ferma, sospesa su dinamiche minime, Altea canta come se stesse parlando a qualcuno molto vicino, anche quando la sala è piena.
Nel corso del set emergono, accanto ai brani dell’EP, momenti che dialogano con la tradizione salentina: Amara terra mia, storico brano di Domenico Modugno, appare come una citazione potente e coerente con il suo immaginario di radici e distanza; Ferma zitella evoca un legame con la memoria popolare e resilienza femminile, rielaborata in chiave personale, sospesa tra canto arcaico e sensibilità contemporanea.
Dal punto di vista performativo, Altea si muove poco ma non è immobile, sorride al pubblico. In alcuni passaggi accenna movimenti leggeri, quasi un ballare assorto, come se fosse sola nella propria stanza. È un gesto intimo, non spettacolare: il corpo segue il suono, lo accompagna senza sovrastarlo. La vicinanza fisica con il pubblico amplifica questa dimensione domestica, creando un clima di concentrazione condivisa. Il tempo sembra rallentare, perdere spigoli, il pubblico ascolta in silenzio, partecipa senza invadere: un’attenzione rara, che diventa parte integrante della performance.
Il concerto di Altea è un attraversamento emotivo controllato. La leggerezza tipica della meditazione e dell’intimità bilanciata dai ritmi ancestrali della Taranta in una chiave del tutto inedita. Qualcosa che si deposita lentamente.
In un contesto come l’Auditorium e a Napoli in particolare, Altea conferma la propria identità: un progetto che lavora sulla fragilità come forza e sulla misura come scelta estetica ed emotiva
Articolo del
17/02/2026 -
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