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Chi è Devendra Banhart: un santo, un demone, un pazzo, un profeta, un brillante folksinger del dopobomba, un monomaniaco evidentemente disturbato o uno che “ci giobba”, come si dice a Roma? Ce lo siamo chiesti spesso, chi è realmente il 23enne mezzo texano e mezzo venezuelano Banhart, dopo aver ascoltato le due opere su lunga distanza che ha pubblicato a tutt’oggi, “Oh Me Oh My…” e l’odierno “Rejoicing In The Hands”. E’ per questo che venerdì scorso ci siamo ritrovati, in compagnia di un pubblico non nutritissimo ma comunque degnamente sostanzioso, al Circolo degli Artisti di Roma. Ed eccolo allora Devendra, sul palco ad accordare la sua scassata chitarra acustica da mancino, magrissimo hippissimo e stralunatissimo, impossibile incrocio tra un Gesucristo pasoliniano e Charles Manson. Pochi istanti, ed è “This Is The Way”, lead-track del suo acclamatissimo secondo album: e trapelano subito il grande talento di Banhart e l’eccellente qualità del suo songwriting, che uniti ai suoi personali tic – ad esempio il modo in cui “sputa” determinate frasi vocali – danno vita ad un cocktail piuttosto unico. Benchè si tratti di un’esibizione pubblica, Banhart si comporta come se fosse nel salotto di casa sua, passa di palo in frasca, inizia una canzone e si interrompe di botto per atttaccarne un’altra. Chiama sul palco, ad un certo punto, anche il biondo con il ciuffo Andy Cabic dei Vetiver di San Francisco (al cui ultimo album Banhart ha collaborato), con cui darà vita a diversi duetti per chitarra e voce. La prima parte del concerto resta nella memoria per l’esecuzione di “Michigan State”, una delle pietre miliari di questa scena country/folk indipendente, quella dove canta la memorabile lirica “My toes have my favorite feet”. Stramberie, certo, ma per nulla banali. Tanto che a tratti ci viene davvero la convinzione di trovarci, per una volta nella vita (!) alla presenza del Genio. Ma è davvero così? Come si suol dire per evitare di prendere posizione: chi vivrà vedrà. Per il momento ci accontentiamo di godere dell’intensità del lamentoso country-blues “Will Is My Friend”, di lasciarci travolgere dalla Nickdrake-iana "It's A Sight Tlo Behold", di canticchiare con trasporto il chorus finale di “Nice People”. Con il supporto di Cabic, Banhart intona anche una versione lo-fi di “Cortez The Killer” del Neil Young di “Zuma”, per la verità inferiore alle aspettative. Prova anche a colloquiare con il pubblico in spagnolo, lui che è mezzo venezuelano, il che porta direttamente all’esecuzione di “Todos Los Dolores” dall’ultimo album. Peccato che ad un certo punto l’atmosfera del concerto – che fino ad allora era stata di rispettoso e silenzioso ascolto da parte del pubblico – si guasti, causa l’arrivo in una sala a fianco di un esercito di rumorosi ragazzotti giunti al Circolo unicamente per prendere parte alle consuete danze house del venerdì notte. Banhart giura che no, non gli importa che la gente parli e faccia casino ed anzi la cosa gli fa pure piacere, ma il suo fastidio è palese. Tanto che, di lì a poco, conclude frettolosamente il concerto, e dopo aver scagliato il microfono per terra con forza e aver intonato le ultime liriche rabbiosamente “a cappella”, si dirige in camerino per restarci, senza tornare per il tanto richiesto “bis”. Ne usciamo senza aver ricavato una chiara e definita risposta al dilemma iniziale: Devendra ci fa o c’è veramente? Di certo, con lui non abbiamo visto il futuro del rock’n’roll. Ma un futuro di qualche genere, ancora non identificabile con precisione, possiamo giurare di averlo visto, quello sì. E, come si suol dire, chi vivrà saprà.
Articolo del
03/06/2004 -
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