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Prologo C’era una volta Louisville, una tranquilla cittadina di provincia battuta dal vento nel bel mezzo del Kentucky, Stato fino a quel momento famoso solo per il suo disgustoso pollo fritto per yankee obesi. C’erano una volta i ruggenti anni 80, anni di yuppies, capelli cotonati e cocaina, ma anche anni di hardcore, diy e frustrazione. C’era una volta chi quella frustrazione la voleva sfogare con uno strumento in mano, sognando gli Hüsker Dü o i Black Flag, o chissà quale altro gruppo, perché, dopotutto, si era capito che si poteva fare musica anche solo diffondendo il rumore di quattro accordi. Tra questi c’erano anche tre ragazzini, Brian McMahan, Ethan Buckler e Britt Walford, che nella Louisville provinciale non ci volevano proprio stare, ma che aspiravano a far parte della Louisville del più grande negozio di dischi degli Stati Uniti, dei localini rock e della noia trasformata in arte. Se le premesse sono queste vi sarete già immaginati come va a finire la storia: altri due ragazzini, Peter Searcy e David Grubbs, ed un nuovo gruppo da aggiungere alla lista dei gruppi locali, gli Squirrel Bait. Era il 1983. Buckler e Walford furono però rimpiazzati quasi subito da Clark Johnson e Ben Daughtrey per motivi ignoti (o forse troppo banali per essere tramandati) e il terzetto momentaneamente si sciolse. Gli Squirrel Bait erano molto giovani all’epoca ma nonostante questo mostravano già una notevole maturità artistica nel loro sound che prendeva spunto soprattutto dagli Hüsker Dü. E’ datato 1985 il loro primo EP omonimo, mentre il disco vero e proprio, Skag Heaven, uscì due anni più tardi. Erano anni in cui la prima ondata hardcore stava esalando i suoi ultimi respiri. Se da una parte alcuni gruppi tendevano ad esasperare la durezza dell’hardcore, altri andavano cercando un suono che descrivesse l’angoscia e la disperazione di un teenager immerso in una società vuota e ipocrita, il tutto condito da una filosofia diy che permetteva ai gruppi il lusso di sperimentare e di trovare nuove soluzioni musicali senza gli ostacoli e le condizioni poste dall’industria discografica. Gli Squirrel Bait erano tra quest’ultimi. Ritmica nevrotica, chitarre distorte e monolitiche ed un cantato sgolato ed angoscioso che ben descriveva i sentimenti e le emozioni provate dai ragazzi di quel periodo. Dopo Skag Heaven si sciolsero, Searcy andò a formare i Big Wheel, Grubbs i Bitch Magnet e i Bastro, e McMahan si riunì al terzetto di prima e diede vita ad una nuova formazione.
La genesi di una rivoluzione McMahan si ritrovò, quindi, senza gruppo ma si ricordò di quegli altri due ragazzi con cui aveva condiviso i primi attimi di Squirrel Bait e ne reclutò un altro, David Pajo, per formare un gruppo che avesse un suono diverso con quanto aveva fatto in precedenza. Questo gruppo si chiamava Slint. La formazione prevedeva Brian McMahan alla chitarra e voce, David Pajo alla seconda chitarra, Ethan Buckler al basso e Britt Walford alla batteria. All’hardcore tradizionale e agli Hüsker Dü, ormai, non guardavano più con gli stessi occhi sornioni di prima. Ora si voleva andare oltre, sperimentare e trovare nuove vie di fuga per l’hardcore. Nel 1987 cominciarono a registrare con l’onnipresente Steve Albini alcune sessioni per un album che vedrà la luce solo due anni più tardi. Nel 1989 infatti uscì Tweez e fu inaspettato quanto un fulmine a ciel sereno. Nove tracce, dedicate ai genitori di ognuno di loro ed una dedicata al cane di Walford, che trasudano voglia di cambiamento. Musica concettuale, slegata da ogni stereotipo sebbene le fondamenta hardcore siano ancora tangibili ma per lo più per l’estremizzazione del concetto che si prefiggono di portare avanti. La ritmica si basa su tempi dispari, le chitarre sono gracchianti, distorte e dissonanti ma anche docili e aggraziate in quei pochi spiragli melodici che lasciano trapelare tra una traccia e l’altra. Il cantato invece è parlato, trafelato o urlato a seconda dello stato d’animo che la base musicale impone al momento. Nel disco c’è di tutto: noise, avanguardia, free jazz, progressive, rock e hardcore. E’ un calderone di idee innovative e le tracce non sempre sembrano avere al loro interno un filo conduttore ma, in questo modo, lasciano all’ascoltatore il gusto di una continua sorpresa. Sempre nel 1989 registrano due tracce, Rhoda e Glenn che usciranno in un EP molti anni più tardi, nel 1994, e saranno il segno di un nuovo cambiamento. Gli impeti e la cacofonia hardcore sembrano essersi perse per strada e le influenze jazz e rock ora la fanno da padrone. Le tracce, di all’incirca 6 minuti ciascuna, sono completamente strumentali ma l’assenza della voce viene compensata da una musica che riesce ad essere allo stesso modo comunicativa. Rhoda, riprendendo uno spunto di Tweez, è distorta ed è sorretta da una ritmica nervosa. Glenn si regge intorno ad un giro di chitarra ripetuto ossessivamente dando all’ascoltatore l’opportunità di lasciarsi trasportare dal suo ritmo cadenzato. Il cambiamento avvenuto in queste due canzoni è il ponte di collegamento per il loro secondo album che uscirà nel 1991, Spiderland, il loro capolavoro nonché uno dei dischi più influenti della storia del rock. Il suono è ricercato e sofisticato tanto da raggiungere una qualità insolita per il rock di allora. Ogni traccia sembra essere una creatura vivente che prova ed esprime stati d’animo diversi. Ad aprire il disco sono gli armonici di Breadcrumb Trail, un inizio che è stato considerato come uno dei più originali della storia, ed ha il sapore di un blues melanconico. La seconda traccia è Nosferatu Man, la più “dura” e forse l’unica a contenere reminiscenze hardcore con il suo distorto finale spasmodico. Segue la bisbigliata Don, Aman e il tempo comincia a dilatarsi, come nella successiva Washer, anticipando così il concetto di slowcore intrapreso dai Codeine. Quest’ultima è una lenta e bisbigliata cantilena che immerge l’ascoltatore in un clima onirico e notturno e che culmina in un finale distorto e liberatorio a cui è impossibile non essere soggetti al proverbiale “brivido lungo la schiena”. La dilatazione del tempo è ancora più estrema nella strumentale For Dinner... ma il tempo riprende ritmo nella successiva e ultima Good Morning, Captain, forse la loro migliore canzone. Non fecero in tempo a godersi i risultati del loro lavoro che si sciolsero subito dopo, proprio come succede a tutti i gruppi così rivoluzionari. È come se avessero terminato il loro compito e dicessero: "il campo è stato seminato, ora tocca a voi raccogliere i frutti”.
Epilogo La storia finisce proprio come era iniziata, con Louisville, ora però non più quella semplice cittadina di provincia battuta dal vento ma la città che ha visto la rinascita del rock. I frutti sono stati raccolti tanto da creare la cosiddetta scena di Louisville e dalla diaspora dovuta allo scioglimento del gruppo ne vennero creati tanti altri. Pajo, dopo aver suonato il basso nei Tortoise, fondò gli Aerial M, un progetto interamente strumentale. McMahan, dopo essersi preso qualche anno di pausa, diede vita ai For Carnation, gruppo che riprendeva un po’ il discorso lasciato con gli Slint. Buckler creò i King Kong, un gruppo demenziale (strano ma vero) che trasformava i brani del passato in canzoni ballabili. Walford invece diede vita ai The Breeders insieme a Kim Deal dei Pixies. Tanti invece sono i gruppi che hanno visto la luce in quel di Louisville galvanizzati dai lavori degli Slint. I Rodan ne sono un esempio lampante e il loro album del 1994, Rusty, è di chiara matrice slintiana. Brani come Gauge o The Everyday World Of Bodies sembrano a tratti essere bisbigliati da McMahan ma le loro aggiunte personali li elevano dallo stato di gruppo fotocopia e rendono Rusty un altro dei dischi capolavoro del post-rock. Dal chitarrista dei Rodan e dal batterista dei Codeine discendono i June Of 44, il cui disco del 1998, Four Great Points, riprende la stessa voglia di sperimentazione iniziata dagli Slint. Tanti altri sarebbero i gruppi da citare ma sulla scena di Louisville se ne potrebbe scrivere un articolo a parte.
Morale della favola Quando si parla di un gruppo così importante spesso si cade nella pesantezza di parole tronfie e pregne di retorica ma, dopotutto, è il giusto omaggio che si deve fare a chi è riuscito nell’impresa di colpire il rock dalle fondamenta, di andare oltre abbattendo l’excursus temporale e di ricostruirlo, definendo, appunto, il post-rock. Questa musica, infatti, è il delizioso rumore di uno sciacquone del water in cui sono stati buttati 30 anni di storia del rock con le sue influenze blues e country finendo ciò che era stato fatto prima dal punk e poi dall’hardcore; è il rumore del cambiamento... Della rivoluzione.
PUNTATE SUCCESSIVE: Retrospettiva Slint (2): "Tweez" (Jennifer Hartman Records and Tapes, 1989)
Retrospettiva Slint (3): "Spiderland" (Touch & Go, 1991)
Articolo del
05/04/2008 -
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