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Esordio del nuovo album (The Resistance) in vetta alle classifiche di più di una decina di paesi. Apparizione sulle copertine delle migliori riviste specializzate. Biglietti per ogni data del tour europeo esauriti da mesi, alcuni di questi depredati nel giro di nemmeno un’ora, come nel caso di Londra. L’aria intorno all’O2 Arena è elettrica, si mischiano le emozioni di chi corre per accaparrarsi un posto più avanti possibile e chi cerca disperatamente di trovare un tagliando per entrare all’ultimo minuto, anche a costo di spendere cifre folli.
Il trio del Devon ce l’ha fatta, anzi, continua a farcela. Li avevamo lasciati dall’incredibile esibizione nel nuovo stadio di Wembley e quando pensi che abbiano raggiunto l’apice della carriera ecco che li ritrovi un paio di anni dopo ancora più in alto.?I Muse sono ormai una band di prima grandezza, che ha già timbrato il biglietto per entrare nella storia della musica del XXI secolo, guardando tutti dall’alto, non esiste infatti un’altra band della “nuova generazione” alla stessa altezza. Già, altezza, questo tema e questo distacco parrebbero essere metaforicamente rappresentati anche dall’ultima scenografia che la band di Matthew Bellamy ha portato in scena nel corso del tour europeo attualmente in corso (che li vedrà esibirsi in Italia il 21 novembre a Bologna ed il 4 dicembre a Torino): il palco ha forma ovale, con il pubblico a 360°, con tre torri mobili a forma di parallelepipedo, le cui pareti sono fatte di schermi, che sollevano e riportano sulla Terra i tre musicisti nel corso dello show.
Prima dei Muse hanno aperto le danze i Big Pink, nuova band fenomeno lanciata dalla sempre fertile scena indipendente britannica, tra recensioni entusiastiche e tante parole di elogio spese, alla fine della fiera suonano come una versione “buona” e più passionale dei Nine Inch Nails, ma anche con un’overdose di monotonia e ci sarebbe da aprire una riflessione riguardante il fatto che in Inghilterra anche un gruppo così possa aprire ai Muse e godere quindi di tutta questa visibilità. Viene da pensare che allora in Italia non abbiamo veramente capito nulla.
L’esibizione dei Muse si apre con un intro elettronico, ossessivo, fatto di synth e una voce surreale che ripete a loop le parole “We are the universe, observing itself, destroying itself”, poi cadono i teli che celavano le torri e l’atmosfera colma di concitazione esplode al giro di basso di Uprising, primo singolo estratto del nuovo album. Bellamy proietta laser sul pubblico dall’alto della sua torre, incita a cantare con lui e a battere le mani.?La scaletta di quest’anno è improntata molto sull’ultimo lavoro, con pochi excursus a parte i soliti noti, come si evince dalle canzoni successivamente eseguite, Resistance e New Born (quest’ultima estratta da Origin Of Symmetry, 2001), durante la quale i tecnici delle luci inscenano uno spettacolo di laser ai livelli degli ultimi tour dei Pink Floyd. Seguono due estratti della penultima fatica del gruppo (Black Holes & Revelations, 2006), Map Of The Problematique e Supermassive Black Hole. Come già accennato poc’anzi la setlist di questo tour ha la pecca di riservare ben poche sorprese ai fan di vecchia data e in ogni caso varia di poco di serata in serata; sostanzialmente i cambi avvengono con l’alternarsi di Unintended e Feeling Good (suonate nel concerto del 12) con Cave e la nuova Mk Ultra (eseguite invece la sera del 13). Una delle canzoni più attese è proprio Mk Ultra, suonata soltanto una volta nel corso del tour corrente, talmente attesa che molti fan l’avevano addirittura invocata a furor di popolo nei giorni passati via forum e social networks vari. Il concerto prosegue con Hysteria (appartenente all’album Absolution, 2003), ormai un classico e Nishe, che sostanzialmente ha una funzione di placido interludio per dare modo agli addetti ai lavori di portare sul palco il pianoforte kawai che Matt Bellamy utilizzerà di lì a poco per eseguire la portentosa United States Of Eurasia (purtroppo priva del “notturno” di Chopin che invece è presente nella versione in studio) e Feeling Good, quest’ultima sarà sostituita la sera del 13 con Cave nella versione al piano (l’originale, dall’album Showbiz, 1999, era suonata con la chitarra) per la gioia dei nostalgici presenti nell’arena, che la sera prima erano stati accontentati con Unintended, sempre dal primo album Showbiz. Chiusa la parentesi di “Bells” al piano, Chris Wostelholme e Dominic Howard, rispettivamente bassista e batterista, danno vita a una nuova drum & bass jam, tutt’altro che placida stavolta... 2 minuti percussioni e giri di basso martellanti che fungono da preludio ad Undisclosed Desires, pezzo per il quale il leader dei Muse, Matthew, utilizza la “Keytarcaster” appositamente ideata e costruita per lui da Hugh Manson, che ormai da diversi anni rifornisce Bellamy di chitarre tecnologicamente sempre più all’avanguardia. Spazio poi alla famosa Starlight, conosciuta ormai da chiunque e sempre accompagnata dal battito di mani ritmato del pubblico, arriva quindi il momento della sempre struggente Plug In Baby, il classico intramontabile che Matthew lascia cantare per lunghi tratti al pubblico. Penultimo pezzo prima della chiusura è la canzone simbolo della svolta dei Muse in termini di fama, ovvero Time Is Running Out, accompagnata anch’essa da una grande partecipazione da parte dei fan. La band inglese lascia il palco dopo aver eseguito Unnatural Selection, veloce pezzo rock in vecchio stile Muse, con intro di organo eseguito da Morgan Nichols, il tuttofare ex The Streets che i Muse hanno ingaggiato per le esibizioni dal vivo per dare “quel qualcosa in più” al sound e renderlo ancora più pieno e potente, con tastiere, synth, percussioni, effetti vari e quant’altro a seconda del brano.
Il rientro per i bis coincide con il pezzo che più di tutti ha impressionato tra quelli presentati nell’ultima fatica della band di Teignmouth, si tratta della prima parte (in totale sono 3) dell’opera sinfonica chiamata Exogenesis, quella che i Muse eseguono dal vivo è l’overture, intro di violini e timpani, prima che le tre colonne li portino su, in cima al mondo, nel silenzio di contemplazione di tutta l’arena. Il silenzio viene rotto poi da Stockholm Syndrome, probabilmente il pezzo più hard di tutta la produzione dei Muse ed infine con la solita epica conclusione, Knights Of Cydonia, introdotta ormai in pianta stabile dall’omaggio al grande Ennio Morricone, Man With A Harmonica, pezzo tratto dal capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta il west”.
A questo punto non resta che chiedersi cosa potranno inventarsi in futuro questi tre ragazzi che, nonostante la giovane età (sono da poco giunti alla trentina), hanno il piacevole vizio di stupire il mondo, lasciare estasiati i propri fan ed essere invidiati e ammirati dai propri colleghi... Lunga vita ai Muse!
Articolo del
19/11/2009 -
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