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1. Forse, in un racconto, non si dovrebbe mai iniziare dalla cosa migliore. Si dovrebbe partire da qualcosa di interessante. Ma non dalla cosa più interessante. A questa, si dovrebbe girare un po’ intorno. Lasciarla emergere attraverso le pagine. Creando un'attesa. Ed evitando di rendere meno sentito ed importante tutto quello che viene dopo. Per questo, forse, del mese passato in fra l’Argentina ed il Cile, dovrei iniziare parlando dei posti. In gran parte splendidi. E infiniti. O della gente. Accogliente e spesso con delle belle storie da condividere. O della musica. A tratti molto diversa da quella a cui siamo abituati ma non per questo brutta. Ma non dovrei parlare della luce. Perché è stata la cosa che in assoluto più mi è rimasta. Quella, in teoria, da lasciare verso la fine. Ma l’incredibile luce dell’estate del Sud del Mondo mi ha lasciato delle immagini così forti, così impossibili da catturare con qualsiasi macchina fotografica, che non si può non parlarne subito.
La luce abbagliante del sole che, quasi alle dieci di sera, si appoggia enorme in fondo alla strada che costeggia il porto di Ushuaia e fa sembrare di poter andare dritto dentro di lui. La luce che, al tramonto nella pampa, dà vita alla terra, alle pietre ed agli arbusti e rende tutto di un giallo che splende irreale fino al confine con un blu quasi finto del cielo. La luce che, sempre al calare del sole, ti sorprende distratto mentre rimbalza, accecante e piena di riflessi, sulle case di lamiera di Rio Gallegos.
Certo, poi, oltre alla luce, c’è anche molto altro. In un viaggio che, iniziato a Buenos Aires, ha portato me ed Ale prima a nord, alle cascate di Iguazù al confine con il Brasile ed il Paraguay, poi fino all’estremo sud del mondo, a Ushuaia. Non così lontani dal polo.
2. Buenos Aires. La prima impressione inganna, si dice. O si sente dire spesso. Ma, questa volta, la prima impressione non poteva essere più vera. Atterriamo. Recuperiamo le nostre cose e usciamo verso la fermata dei taxi. Lì, solo un signore di una certa età dall’aria piuttosto furba. E neanche l’ombra di una macchina. All’inizio ci stupiamo. Siamo in un aeroporto internazionale. In cui i voli, fra l’altro, vanno avanti tutta la notte. Non è possibile che non ci sia neanche un taxi. Dopo qualche minuto, da buoni milanesi con un occhio all’orologio, lo stupore comincia a diventare insofferenza. Ed evidentemente non facciamo molto per mascherarla. Allora, l’uomo dei taxi ci dà quello che poi sarebbe stato un consiglio utilissimo in tutto il viaggio. In Argentina bisogna avere pazienza. E, alla fine, ha ragione lui. Con calma, arriva una macchina. Il guidatore non dice una parola e guida in un modo senza senso. Alterna sparate in cui tira il sofferentissimo motore fino al massimo dei giri a momenti in cui, in mezzo all’autostrada, rallenta improvvisamente fino ai trenta all’ora mentre tutte le altre macchine ci sfrecciano intorno. Non si capisce. Comunque, in qualche modo, ci porta in albergo.
Della città, oltre alle dimensioni spropositate, ai vialoni a dieci e più corsie, alla bellezza europea e un po’ decadente dei suoi palazzi, alla povertà che ogni tanto compare neanche troppo nascosta dietro qualche angolo (come la grande favela che si stende, appena al di là di alcuni binari, proprio sotto le vetrate dei grattacieli della zona finanziaria), la cosa che forse più colpisce è l’assoluta impossibilità di ascoltare del silenzio. C’è sempre, sempre, sempre, un casino incredibile. Il traffico non manca mai. Le macchine e i bus sono quasi tutti di qualche generazione fa e quindi molto più rumorosi di quelli europei. Ci sono lavori in strada e nei palazzi un po’ ovunque. E, poi, gli abitanti di Buenos Aires hanno un fondo di tamarraggine che li spinge a suonare il clacson in continuazione e a partire sgommando da ogni incrocio.
Inevitabile, quindi, che ci sia parecchia musica nell’aria. Se proprio non ci si riesce ad isolare dal casino, almeno si può cercare di coprirlo con qualcosa di più piacevole. Così, ogni negozio, ogni bar ed ogni ristorante propone la sua soluzione. Che di solito va dalla musica pop locale al rock inglese e americano (quasi mai troppo recente) passando, disgraziatamente, anche per qualche italiano che canta in spagnolo come i vari Ramazzotti, Nek e Tiziano Ferro. Senza contare, ovviamente, il tango. Tango che, in quartieri come la Boca e San Telmo, i due barrios più tradizionali, viene suonato e ballato nelle piazze e nei piccoli palchi dei bar più turistici. Ma tango che regna anche in molti dei negozietti di dischi sparsi per la città e che può sorprendere anche in situazioni forse più genuine, come in una piccola scuola creata in una stanza laterale di un negozio di abbigliamento di San Telmo.
La sera, poi, essendo una città sconfinata, non mancano le scelte. Sia per le zone in cui andare sia per il tipo di musica. Come i gruppi che suonano dal vivo classici pezzi rock come “Route ‘66” e “All My Loving” nell’elegante e un po’ da papponi hotel Faena del moderno quartiere di Porto Madero. O come i baretti della piazzetta Serrano nel quartiere di Palermo Viejo in cui spopolano soprattutto i tormentoni pseudo-rock e dance in spagnolo e si balla fino alle cinque del mattino. Come le atmosfere più almodovariane del Kim Novak, un piccolo bar gestito da personaggi stranissimi in una via mezza cieca sempre a Palermo, in cui la gente si droga abbastanza pesantemente senza porsi il minimo scrupolo di non essere vista e dove si ascolta ottima musica come anche “Boys Don’t Cry” e “Lovecats” dei Cure. O come la techno delle discoteche come il Pacha dove ci siamo trascinati la notte di Capodanno su uno dei pochi taxi in circolazione. Ovviamente, come in ogni viaggio in taxi, rischiando abbastanza la vita a causa della guida a dir poco allegra e parlando con il conducente solo ed esclusivamente di calcio. E quasi solo ed esclusivamente del pocho Lavezzi e del Kun Aguero, due degli idoli del posto.
Un po’ più difficili, invece, sembrano essere le cose per gli artisti di strada. Forse, sempre per il rumore che c’è in quasi tutta la città. Nei pochissimi posti dove non c’è rumore, è perché proprio non c’è anima viva. E zero anime vive uguale zero soldi. Comunque, effettivamente, non se ne vedono molti. Giusto nelle fermate e sui treni delle poche linee di metropolitana. Non molti, ma attrezzatissimi, con piccoli amplificatori montati su dei trespoli con le rotelle. E perfetti nel proporre canzoni con tanto di assoli della durata giusta giusta di una fermata.
Alla fine, la scena in assoluto più bella la viviamo per puro caso. Andiamo a fare un aperitivo a Palermo Hollywood, un quartiere pieno di baretti diviso da Palermo Viejo dai binari della ferrovia. Dopo un paio di medie, ci spostiamo verso il passaggio a livello per andare a cena in una parrilla al di là dei binari. Camminando, iniziamo a sentire una musica fortissima. Pensiamo che venga da qualche macchina particolarmente in serata ferma a un benzinaio. Poi, avvicinandoci, pensiamo ci sia un locale nascosto da qualche parte. Intanto, più camminiamo più la musica prende contorni definiti. Alla fine, girando un angolo, si apre una via cieca parallela ai binari. In fondo, vediamo un gruppo di persone. Ci avviciniamo. Una ventina di ragazzi, tutti giovani e giovanissimi, suonano ballando in cerchio tamburi, grancasse, piatti, dandosi il ritmo e chiamando le variazioni di intensità con un paio di fischietti. L’entusiasmo è contagioso. Tutt’intorno, altri ragazzi si alternano a ballare in mezzo alla strada. Non riusciamo a muoverci da lì per una mezzora. Faremo tardi a cena. Ma nessuno ci aspetta. E una scena così vale da sola tutto il viaggio.
3. Ushuaia. Ushuaia dovrebbe essere la fine del mondo. L’ultima città prima del nulla o quasi dell’Antartide. Con tanto di timbro sul passaporto dell’ultima frontiera, scritte e cartelli a tema ovunque ed il faro, appunto, della fine del mondo. Il fatto che poi, in realtà, il vero faro della fine del mondo sia un altro su un’isoletta ad alcune ore di navigazione ancora più a sud e che Ushuaia sia la città più a sud solo dell’Argentina, dato che su un‘isola cilena ancora poco più giù ci sono un paio di villaggetti, nulla toglie al fascino di questa località. Praticamente una città di montagna costruita in riva al mare. La riva, infatti, inizia subito a salire e arriva in un attimo fino ad oltre mille metri. Così, la città ha dietro di sé delle montagne sempre innevate, piste da sci che, d’inverno, arrivano quasi a toccare l’acqua e davanti un canale di mare pieno di piccole isole al di là del quale si stagliano altre montagne, queste cilene. L’effetto, quindi, è davvero quello di sentirsi in un posto tagliato fuori dal mondo.
Arrivarci in bus, poi, è ancora più suggestivo. Noi, in realtà, avevamo preso un volo da Buenos Aires proprio fino ad Ushuaia. Ma, all’arrivo in aeroporto ci sono un po’ di sorprese ad aspettarci. Il volo è in ritardo di quattro ore. Fa uno scalo non previsto in un paesino inutile a metà strada. E non atterra ad Ushuaia, ma a Rio Grande. L’altro paese un minimo grosso della Terra del Fuoco. Insomma, ci vuole un sacco di pazienza. Soprattutto quando scopriamo il motivo della chiusura dell’aeroporto di Ushuaia. Si sono dimenticati di fare la revisione annuale del radar. E quindi staranno chiusi un paio di giorni fino a che qualcuno non si degnerà di farla. La cosa peggiore è che pare che succeda ogni anno. Comunque, dopo ore di attesa e ore di volo, siamo finalmente sul bus che ci porta ad Ushuaia. La strada è incredibile. All’inizio si tiene lungo la costa. Poi, pian piano, si butta dentro a tagliare l’isola, in mezzo ad una natura spoglia, dagli spazi infiniti, sferzata dal vento ma apparentemente immobile. Le uniche case le incontriamo più o meno dopo un’ora e mezza. C’è un paesino per i rifornimenti sulle sponde di un lago. Poi, la strada inizia ad arrampicarsi verso delle montagne immerse nelle nubi. Giù, ormai lontano, il lago. Una volta arrivati in cima al passo, inizia la lunga picchiata verso l’ultima frontiera. Continuano a non vedersi segni del passaggio dell’uomo. Solo qua e là, ogni tanto, delle coloratissime e quasi allegre tombe ai lati della strada. Arrivati in fondo, lo spettacolo lascia straniti. Un paese semplice. Certo non bello. Scomodissimo, arroccato sulle ripide sponde del mare. Lontano da tutto il resto del mondo. E con un fascino unico.
I tre giorni ad Ushuaia li passiamo fra un’escursione in barca nel canale di Beagle e lunghe camminate nei boschi e sui monti del parco della Terra del Fuoco. Il tutto con due chitarristi che, quasi seguendoci, propongono senza troppo successo le loro tristissime canzoni popolari prima al molo di partenza delle barche e il giorno dopo in cima a una seggiovia non lontana da un ghiacciaio che sovrasta la città. La sera, poi, nessuna scelta. Si va al Dublin, un pub irlandese semplice, piccolo, ma sempre pieno. Conosciamo facilmente gente. Stiamo parecchio con uno pseudo regista italiano emigrato in Irlanda e un australiano che dice di essere uno scommettitore di professione. Praticamente il suo lavoro è stare a casa e scommettere in internet su golf, freccette, biliardo e sport vari.
Avevo letto su qualche libro, forse “Patagonia Express” di Sepulveda, forse “In Patagonia” di Chatwin, probabilmente su tutti e due, che questa era la terra dei bugiardi. Con tanto di concorsi radiofonici per chi inventava i racconti più strani. Non lo so. Forse è l’isolamento e la stranezza dei posti. Forse è la sensazione che ogni incontro sia destinato ad esaurirsi lì e in quel momento. Che non vedrai mai più nessuna delle persone con cui condividi qualche ora. Ma, ogni tanto, l’idea che la gente romanzi un po’ le proprie storie ce l’ho. Ma non importa. E’ anche questo parte della bellezza del posto.
L’isolamento della città, poi, lo si vede anche dalla musica. Al Dublin mettono anche bei pezzi rock classici in inglese. Ma sicuramente da queste parti non credo passino molti artisti in tour. Mi sa che di musica dal vivo non ne vedono proprio mai. E ne ho la conferma quando, ai pisciatoi del Dublin, uno del posto insiste sostenendo che io sia uguale a Chris Martin, il cantante dei Coldplay. Questo è troppo. Io ho bevuto un po’ e lui più di me. Mi farebbe anche piacere se fosse vero. Ma mi sa che lui non ha ben presente la faccia di Chris Martin.
Una mattina, poi, iniziamo la risalita e ci spostiamo a Rio Grande. Un paese isolato, brutto, sferzato da un vento incredibilmente forte a qualunque ora del giorno. Di tutti i giorni. Insomma, non il miglior posto dove nascere. Ci restiamo solo una notte. Biliardo, una specie di casinò, qualche birra. L’unica discoteca apre dopo le due e si riempie chissà quando. Non si capisce perché ma è così. E noi lasciamo stare. Quello che colpisce, comunque, anche qui sono le persone che incontriamo. Come la ragazza che gestisce l’ostello. Noi siamo i suoi unici clienti. E la paghiamo davvero poco. Il paese fa abbastanza schifo. Magari lei non si è neanche mai mossa da lì. Ma è sorridente, solare, gentilissima. Apparentemente felice. Si può essere felici ovunque.
Il giorno dopo, un altro bus. Ci porta alla frontiera con il Cile. Dopo alcune ore di coda ai controlli, passiamo il confine. Poi, altre ore di bus su strade sterrate in mezzo al nulla. E un traghetto che ci porta sul continente attraversando lo stretto di Magellano. Adesso siamo quasi a Punta Arenas.
(continua nella 2a Parte)
Articolo del
23/03/2009 -
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