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Non siamo in grado di dirvi quali altri impegni abbiano tenuto lontano il grande pubblico in una serata come questa, non riusciamo ad immaginare un qualcosa di più grande, di più importante, perché è stato un concerto per pochi intimi quello tenuto da Robert Plant,accompagnato dai suoi Strange Sensation, al Foro Italico. Neanche un migliaio di spettatori, per lo più spazientiti dal ritardo con cui andava ad incominciare lo show e disorientati dai numerosi posti vuoti sugli spalti e sul prato del Centrale. “Siamo forse noi degli epigoni? Gli ultimi esemplari sopravvissuti in viaggio verso il cimitero degli elefanti del rock?” ci si chiedeva, cercando di farsi coraggio a vicenda, quando poi alle 22 in punto si spegnevano le luci, e la figura di Robert Plant, il leggendario “vocalist” dei Led Zeppelin, si stagliava orgogliosa al centro del palco, circondato da musicisti di almeno venti anni più giovani di lui, ma che poi scopriremo dotati di un grande bagaglio tecnico e di inesauribile passione. Vestito di scuro, i capelli biondi ancora lunghi sulle spalle, leggermente segnato sul volto, ma impressionante in quanto a carisma e presenza scenica, era lui, Robert Plant, ancora una volta, la mente vola all’ultimo concerto dei Led Zeppelin a Knebworth Park, Londra, nel 1979, da allora non lo ascoltavo dal vivo. E non appena intona i primi fraseggi di “Win My Train Fare Home”, tratta da “Dreamland” il suo ultimo album solista, un brivido scorre lungo le schiene dei presenti, una sensazione insieme di integrità e di riconoscenza, felici di essere lì. C’è qualcosa di unico ed inimitabile in quella voce che – da sola – rappresenta più di una decade della storia del rock. Giusto il tempo di scaldarsi con qualche altro blues e con una illustre “ cover ”, quella “Girl From The North Country” di Bob Dylan , “è lui il vero Presidente degli Stati Uniti d’America” spiega ai presenti, e il concerto decolla con l’esecuzione di “Gallows Pole” da Led Zeppelin III, il disco del passato che forse più si avvicina all’odierno Plant, con tutte quelle venature di blues. Il crescendo acustico è straordinario, la chitarra di Justin Adams, con quelle sonorità a “collo di bottiglia” e quei contorni orientaleggianti, non può non ricordare quella di Jimmy Page, mentre Liam Tyson, l’altro chitarrista, provvede al supporto ritmico, insieme a William Fuller, al basso elettrico, a Clive Deamer (ex Jeff Beck) alla batteria, e a John Baggott alle tastiere. Una lunghissima versione di “Hey Joe” di Jimi Hendrix (più di sette minuti), rallentata ad arte, volutamente oscura e melliflua come le tenebre, costituisce un ulteriore omaggio alla musica degli anni settanta, ai momenti migliori di quel periodo, così come l’esplosione selvaggia di “Ramble On”, dei Led Zeppelin. E ancora Zep con “Going To California”, una ballata acustica delicata e sognante, poi “Last Time I Saw Her” da “Dreamland” e una toccante versione di “ Baby, I’m Gonna Leave You”, un classico del passato che conserva però tutta la sua forza e il suo impatto emotivo. Robert Plant capisce che - malgrado quella dimensione ristretta, da festa di matrimonio - la gente è felice, e non può fare a meno di comunicarlo “ in Inghilterra il pubblico sa essere caldo, ma raramente ci mette l’anima”. Dopo una breve pausa, ecco “Darkness Darkness”, un vecchio blues di Colin Young, un brano a dir poco maestoso, che sembra voler chiudere una serata memorabile, ma non è così, perché dopo pochi minuti, dall’interno di un fraseggio bluesato, partono gli accordi di “Whole Lotta Love”, e sotto palco si scatena l’inferno, con mille mani impegnate alla chitarra virtuale dei ricordi, tutti consapevoli del fatto che, in una serata così, era quella la scelta più giusta. Altro che Paul Mc Cartney, noioso oltre misura, o Ozzy Osbourne, completamente fuori di testa, ci voleva Robert Plant a dimostrare che si può invecchiare con dignità, senza rinunciare alle proprie radici, ma senza neanche diventare la caricatura di se stessi.
Articolo del
16/07/2003 -
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