|
Mettiamo le carte in tavola a scanso di equivoci. Conoscevo i Kaiser Chiefs da quello che gli album mi hanno fatto sentire. Non li ho mai amati profondamente nonostante una buona dose di stima e la consapevolezza di avere a che fare con una band in grado di farsi notare oltre la mera mediocrità. Il bello dei live è che spesso quello che si crede di sapere viene completamente ribaltato. A volte in bene, a volte in male.
La serata è fresca, molto umida e l’Alcatraz delle otto e venti completamente deserto. Faccio fatica sempre di più ad abituarmi alle tempistiche milanesi e ogni volta resto spiazzato. Con evidente facilità si raggiunge la prima, fila armati di birra e poche speranze. Il locale si riempie man mano che la birra si svuota. Prima una, poi due, evabbè, ci sta pure la terza. Ad aprire il concerto non si presenta chi di dovere (i Dananananaykroyd. Mah...). Un tour bus bucato e il palco è sgombro. Ecco allora che spunta Ricky Wilson e introduce due membri della crew che hanno deciso di mettere in piedi un piccolo set amatoriale con chitarra e voce. E via di Strawberry Fields Forever e Hey Jude. Con coretti, voce in falsetto tremenda, testo da leggere sul PC, na na na na di rito e applausoni. Quattro amici, una chitarra e uno spinello. Mai vista una cosa del genere. Meraviglioso. L’inizio con il botto quindi lascia un bel retrogusto in bocca. Che sia la serata giusta? La salita dei ragazzi di Leeds è accolta da un gran bel boato. Si respira molto affetto, e fa piacere visto le recenti voci di crisi dovute all’album che non ingrana e ai singoli rintanati nel fondo delle charts. Si parte molto bene. I Kaiser Chiefs hanno dalla loro un’invidiabile serie di singoli bomba che vengono sganciati a ritmi forsennati sul pubblico pronto ad esplodere. Spanish Metal, Every Day I Love You Less And Less, Ruby, Na Na Na Na Naa generano fiumi di sudore. Wilson è un vero spettacolo. Si diverte, salta, sbraita, succhia birra senza sosta. Accenna a buttarsi, prima per finta, poi arrivederci e grazie e via lungo l’Alcatraz. Te lo ritrovi appeso in mezzo alla gente, sul fondo del locale che canta completamente sommerso da mani, piedi, teste. Si apre un corridoio fino alle prime file, giusto per arrivare nel cuore del pogo e tuffarsi. Mi capita a tiro e ci si abbraccia. Per un momento penso: sto abbracciando Charles Richard Wilson nel bel mezzo di un pogo e senza prendere un ceffone da uno della security. Il nostro eroe viene surfato sul palco, madido di sudore e senza fiato, ma si continua: I Predict A Riot, The Angry Mob, Modern Way. Poca pausa. Pochissima. Il rientro conta tre pezzi. Due decisamente trascurabili e Oh My God, che è l’espressione più adatta tra l’altro, per rendere l’idea del delirio massiccio tirato per più di dieci minuti nel quale i 5 sul palco trascinano a forza chiunque sia a tiro di suono. Una fucilata. Il concerto si chiude alla grande. L’Alcatraz si rivela molto più pieno di quanto l’inizio desse a immaginare. Mi fiondo alle magliette perché se lo meritano e me ne esco convinto che un live come questo, una partecipazione e un coinvolgimento del genere andrebbero studiati nei manuali di chi vuole imparare ad esibirsi (e ripassati da tutti gli altri, vero Oasis?).
Più che la bellezza e l’intensità del set però, mi preme sottolineare e dare peso alla grande voglia, sincerità e amore vero per la musica trasmessi senza sosta per un’ora e venti. Se i Kaiser Chiefs devono prendersi una pausa dagli studi di registrazione che lo facciano pure, se credono che questo possa giovare ovviamente. Che però non si azzardino a smettere di andare per il mondo a fare numeri come questi perché sono veramente qualcosa da non perdere. Giù il cappello.
Articolo del
10/02/2009 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|