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Di Shara Worden, vero nome di My Brightest Diamond, si è detto e scritto tanto. Ci si è impelagati in critiche vertiginose e speso parole d’elogio (giustificate) per il disco d’esordio Bring Me The Workhorse e per il nuovo A Thousand Shark’s Teeth. È una di quelle artiste che risaltano e si comincia a conoscere vuoi perché ha suonato con questo e quello, vuoi perché ha incontrato quel tale che l’ha sponsorizzata prima di tutti, senza magari nemmeno conoscerla. Ecco che saltano fuori nomi come The Decemberists, The National, St.Vincent, Devotchka, Sufjan Stevens e via dicendo. La verità è che per quanto ci si sforzi di inquadrare un talento puro, non si riuscirà mai a capirlo fino in fondo. Almeno fino a che non lo si incontra per davvero. La data di lunedì sera al Musicdrome è tranquillamente riassumibile con un unico, semplice e talvolta abusato aggettivo: magica. E le ragioni, credetemi, sono davvero tante.
Il Musicdrome versione lunedì sera è vuoto. Alle nove le persone presenti si contano sulle dita di una mano e basta e avanza per cominciare a sentirsi un po’ in colpa per tutti quelli che non sono venuti. Che figura ci facciamo? Giusto il tempo di rimpolpare la platea che attacca la spalla di turno, Claire And The Reasons, completamente di rosso vestiti. Sette pezzi dolci per una voce incantevole. La luce sembra più soffusa, i rumori attutiti. C’è spazio solo per un paio di risate dopo l’invettiva della nostra contro il presidente americano uscente, con scuse pubbliche annesse, e un inno in onore di Obama dal titolo (che è tutto un programma) Obama Over The Rainbow. Suonano le dieci. Compare sul palco Shara: c’è da abbellire e dare una sistemata. Pronti, partenza e via. Si comincia con Golden Star. Me ne sto defilato, seduto su un cuscino rosso a guardare e sentire. Claire è seduta di fronte a me, non vuole perdersi lo spettacolo. Avrà sentito suonare Shara già decine di volte eppure eccola rapita mentre si fa prendere dalla musica. C’è di che socchiudere gli occhi, immaginare una musica che prende vita negli arpeggi e nella voce a tratti acuta, a tratti dolce e sottile. Dal palco partono favole, raccontate con tenerezza a chi, seduto o in piedi che sia, si lascia rapire dalla magia delle parole. Ogni canzone ha una sua storia che la precede, un’introduzione ad un mondo incredibilmente affascinante. Shara scherza e si diverte, muta e si trasforma contorta dai suoni della chitarra. C’è spazio per un paio di interruzioni del Grande Olivier, polistrumentista e mago improvvisato e spalla degna. Brillantini e un coniglio dal cilindro. Si scherza con Olivier, si ascolta Shara. La musica riprende, le luci tornano basse. Vedere e sentire si fondono nuovamente fino a che si arriva in fondo. E l’ultimo pezzo lascia a bocca aperta. Sul palco, resta solo lei, il diamante più brillante, mentre il resto del gruppo si defila a lato del palco. Qui è stato allestito un piccolo banchetto dove i tre muovono delle marionette, mentre la musica e le parole scorrono. La favola che prende vita. Dolcezza e musica. Lacrime agli occhi e bocca aperta in un sorriso da bambino che ascolta per la prima volta l’avventura più strabiliante della sua vita.
Le luci si spengono, c’è tempo per i saluti e per ledersi le mani di applausi. Se potessi fare qualcosa di più che semplicemente applaudire lo farei. Quando tutto finisce, l’incantesimo si scioglie. Quello che era diventato un teatro, una cameretta, un posto felice, torna ad essere un locale il lunedì sera. Cresce forte nel petto quella sensazione di irripetibilità del momento artistico, un senso trionfale di appartenenza ad un evento che solo in quel preciso momento ha trasmesso quella tal emozione. Il prossimo sarà altrettanto bello, ma queste sensazioni sono uniche. L’appassionato che è in me vuole chiudere la bocca al raziocinio. Comincio a pensare a cosa dovrò scrivere, e come. Penso che devo dare dei termini di similitudine, per rendere meglio l’idea. Probabilmente se Tom Waits fosse una con il piglio di PJ Harvey e che canta come Bjork allora forse avrei qualcuno con cui fare dei paragoni. La sola idea di questa creatura mitologica però mi fa rabbrividire e preferisco pensare che per fortuna My Brightest Diamond non ha termini di paragone se non una già insuperabile se stessa. Questo basta e avanza a trasformare una serata di lunedì della Milano più grigia che c’è, in un momento meraviglioso. Come per magia.
SETLIST (abilmente rubata a fine concerto…) Golden Star Apples If I Were Queen To Pluto’s Moon
Magic Trick one
Disappear Dragonfly Bubbles Goodbye Forever From The Top
Magic Trick Two
Like a Sieve Black n Costaud Sparkling Ice and Storm Inside a Boy
Puppets! Encore
Articolo del
03/10/2008 -
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