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Grande serata e concerto imperdibile per tutti gli amanti del Rock Progressivo inglese dei primi anni Settanta, quel genere di musica che mescolava il rock con radici folk e citazioni jazz, e del quale i Jethro Tull di Ian Anderson furono riconosciuti capostipiti. Il gruppo festeggia i 40 anni di attività e per tutta la serata scorrono, su uno schermo posto sullo sfondo del palco, le immagini dei momenti più gloriosi della loro carriera artistica, in un periodo magico in cui fare rock voleva dire rischiare, sperimentare, seguire i propri sogni. Adesso una serata del genere ha lo stesso sapore di stare seduti al fresco a sfogliare un album di fotografie in una notte d’estate romana. Ci si lascia andare piacevolmente ai ricordi, vengono fuori luoghi, persone e situazioni di un tempo ormai andato, ma che ci ha fatto crescere, umanamente e sotto il profilo musicale. Sono in molti ad essere nella situazione di chi scrive, l’età media del pubblico è piuttosto alta (così come il prezzo del biglietto), ma non mancano pattuglie agguerrite di ragazzi più giovani, che evidentemente hanno ascoltato quella musica a casa e che adesso vogliono verificare il tutto dal vivo. C’è molta attesa e una mal celata emozione prima che intorno alle 22.00 i Tull salgano sul palco e le note di “Sunday Feeling”, tratta dal primo album della band, si diffondano nell’aria. Nell’incedere minaccioso e folle del gigantesco Ian Anderson ritroviamo il fascino del menestrello medievale dell’epoca che cantava i miti dell’Inghilterra arcaica e li trasformava in favole moderne, nelle note del suo flauto traverso scopriamo quella energia creativa che seppe andare oltre il rock e si spingeva verso il jazz e l’improvvisazione. Splendida anche “Living In The Past”, ma è con “Song For Jeffrey” che il cuore comincia ad entrare in tumulto e viaggia piacevolmente “a ritroso”, come scriveva Huysmans! Le note di flauto che introducono “Bourèe”, il brano che contiene echi di musica classica (in pratica è strutturato su una Fuga di Bach) ricevono un’acclamazione incondizionata da parte del pubblico, mentre su “Nothing Is Easy” e “For A Thousand Mothers”, il rock e la chitarra elettrica, spericolata e veloce, di Martin Barre si prendono lo spazio che meritano. Non ricordavamo che “Dharma For One” fosse così bella, fra tutte le composizioni ascoltate qui questa sera, la più attuale, di certo. Le pagine dei ricordi si affollano di altre sensazioni ed immagini, l’Inghilterra bucolica di “Heavy Horses” e l’autobiografica “Too Old To Rock And Roll & Too Young To Die”, mai così reale se appena ti guardi intorno questa sera! La lunga suite della prima parte di “Thick As A Brick” è accolta con un boato da stadio. Sapevamo che si tratta di un album epocale, che in Italia poi ebbe un successo incredibile, e Ian Anderson ripropone una versione ridotta di una composizione altrimenti lunghissima. Siamo in presenza di un incanto lirico e musicale senza uguali, in una atmosfera che si rivela un perfetto crescendo sul quale si innestano le pesanti note di chitarra elettrica di “Aqualung”, un brano che è una leggenda, con quel “sitting on a park bench” che è urlato in coro da tutti i presenti. Sopra di noi un giovane padre che ha cercato invano per tutto il concerto di tenere sveglio il proprio bambino di 6 anni, comincia finalmente adesso ad ottenere soddisfazione. Quegli occhioni si spalancano e il piccolo dà segnali di ricezione rock. Ma è con il brano successivo, conservato astutamente da Ian Anderson per il “gran finale”, che assistiamo in diretta alla trasformazione, alla nascita di un futuro rocker: il rullare dinamico e pesante di “Locomotive Breath” esalta quel bambino che agita i pugni chiusi e picchia sul suo tamburo immaginario. Un vero schianto! Il pubblico rompe argini e divisioni fra un settore e l’altro, si riversa tutto sotto palco per il dovuto omaggio alla band, un grazie sentito, doveroso e forte! Rock On!
Articolo del
03/07/2008 -
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