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Sono le nove e mezzo quando riesco ad entrare nel locale in cui si sta per svolgere il concerto dei Wombats. Località Le Piagge, Firenze, un po’ nascosto, ma carino. Iniziano a suonare due gruppi spalla della band di Liverpool, in tour dalla data di uscita del loro secondo album, “A Guide To Love, Loss And Desperation”, novembre 2007. Il primo è uscito solo in Giappone, e non ha avuto un grande successo. Il locale è affollato, e fa molto caldo, nonostante sia il tredici di Aprile. Si attendono i tre giovani musicisti: Matt (voce e chitarra) , Dan (coro e batteria) e Tord (coro e basso). Per la prima volta mi trovo a contatto col mondo indie: ragazzi venticinquenni che vengono scambiati per quindicenni, molto magri, stile “acciuga” e pantaloni stretti alle caviglie, che mettono in risalto le bellissime e fantasiose “All Stars”. Capelli medio-lunghi, il ciuffo sugli occhi e cappello in testa. Un gregge di omologati, per l’ennesima volta, per l’ennesima moda. Appena arrivano gli Wombats spariscono i pregiudizi e l’orecchio, l’occhio e tutta l’attenzione si precipitano sulla musica. I primi pezzi scatenano la folla, che si dà al pogo e travolge le poche persone che non se l’aspettano (tra cui me!). Dopo “Lost In The Post”, pezzo eseguito per primo, il pubblico si calma, ma ricomincia a saltare con le canzoni più conosciute e animate: “Kill The Director”, “Moving to New York” (il pezzo più celebre fino ad ora) e la obiettivamente bellissima “Let’s Dance To Joy Division”. Da quest’ultima canzone una frase che riassume lo spirito del gruppo inglese: “let’s dance to joy division and celebrate the irony, everything is going wrong but we’re so happy!” (“balliamo sui Joy Division, e celebriamo l’ironia per cui tutto va storto ma noi siamo così felici!"). Sono pungenti ma divertenti, amari e sarcastici, sono ironici e quindi malinconici, ma l’umorismo che hanno, tipicamente britannico, riveste un ruolo fondamentale per la loro identità e personalità. E’ un gruppo rivelazione, un trio che si discosta dagli spocchiosi Oasis o dai dolci e originali Coldplay, comunque compaesani. Se non fosse che l’ indie rock sta diventando una moda diffusa fra i giovani più stanchi del pop che interessati realmente al rock, darei un pulitissimo giudizio a questo trio che ha fatto un’ottima figura a livello professionale. Hanno dimostrato grande energia nel live e un’apparente sobrietà che non in tutti si può così facilmente denotare da pochi metri di distanza! Non a caso si sentono ironicamente rappresentati da un animale australiano, il vombato, forte e robusto dall’energia inesauribile! Ecco, il loro show è stato esattamente così: energico. Dal punto di vista umano, inoltre, posso dire senza reticenza che hanno molto da insegnare a tanti superbi e intoccabili colleghi: ho avuto, infatti, la fortuna ( e l’ingegno!) di incontrarli dopo il concerto, farci due chiacchiere e rendermi conto che sono semplicemente ragazzi disponibilissimi e con tanta, tantissima voglia di suonare e di godersi questo modesto successo senza precipitare nell’eccesso. E’ questo che auguro di continuare ad essere agli Wombats, che concludono il loro show con uno sfogo musicale: il chitarrista suona la batteria senza un filo logico, il bassista ha la chitarra e “schitarra” senza senso e il batterista finge di suonare il basso del suo amico! Dei veri e propri vombati da palcoscenico! Un bell’ 8.
Articolo del
16/04/2008 -
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