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Quando si dice: “growing up in public”, per usare un’espressione cara al buon vecchio zio Lou Reed… A due anni (e un mese) dall’ultima apparizione nella Capitale, gli art-rockers britannici Art Brut si sono rifatti vivi dalle nostre romane parti e hanno provato che tutto questo tempo non è trascorso invano. In fondo Eddie Argos l’aveva proclamato sul primo album, nel testo di “Moving To L.A.”, che stava prendendo in considerazione la possibilità di trasferirsi a Los Angeles per “bere Hennessey con Morrissey”. Poi è successo che Morrissey in realtà ha deciso di venirsi a rintanare proprio qui a Roma, ma gli Art Brut in America ci sono stati, più volte: vi hanno fatto un tour dietro l’altro e partecipato a numerosi festival di alto profilo, e anche se sul myspace indicano ancora come luogo di residenza London/Bournemouth, negli States hanno imparato diverse cosette su come si dà vita a un live show scoppiettante dalla prima all’ultima canzone. Già, perché gli Art Brut saliti iersera sul palco del Circolo intorno alle 23.15 si sono rivelati una versione col turbo, se paragonati a quelli che lo ZooBar due anni fa ci intrattennero con garbo e senza dare troppe scosse. Quando arriva sulle note di “Pump Up The Volume” (dal secondo eccellente album “It’s A Bit Complicated”) Eddie Argos è un derviscio caricato a molla, in un immacolato (e ben costoso) completo da bancario della City che contrasta con il dimesso cardigan indossato la volta precedente. Intanto il biondo chitarrista ritmico Jasper Future incita il pubblico con mosse alla Gene Simmons forse apprese dai suoi nuovi amici di Melrose Avenue; il batterista Mikey Breyer bombarda i tamburi senza posa in posizione eretta; Ian Catskilkin, alla chitarra solista, dà l’anima sui suoi assoli alla Mick Ronson che sono parte fondante e indispensabile dell’Art Brut sound; e solo la pacioccona bassista Freddie Feedback appare l’unica rimasta tale e quale a come ce la ricordavamo, tipica “indie-girl” di qualche periferico sobborgo del Regno Unito senza grilli per la testa. Per il resto, quello degli Art Brut versione 2008 è un folgorante (punk?)rock show che ha per principale protagonista il pingue Eddie Argos, il suo mondo, le sue storie e le sue idiosincrasie. Scorrono uno dopo l’altro i brani dell’esordio “Bang Bang Bang Rock And Roll”: “Modern Art” e “Moving To L.A.”... Eddie si fa inghiottire dalla folla, ne riesce a fatica madido di sudore e quindi, per consolare il pubblico di fede romanista deluso dal pareggio serale con l’Inter, annuncia il brano successivo dicendo che “quantomeno per Roma non è mai stata scritta una canzone che parla di disfunzioni erettili come per Milano”. Parte, naturalmente, “Rusted Guns Of Milan”. Si balla e si sghignazza, con Eddie che da attore consumato implora la sua amata: “don’t tell your friends…!” Finalmente arrivano anche i pezzi del nuovo “It’s A Bit Complicated”: “Blame It On The Trains” (uno dei migliori) “St. Pauli”, “Jealous Guy” e “I Will Survive”. Argos introduce un nuovo brano (definito “unfinished”) dal titolo provvisorio “Lesson Learnt” che a sentir lui parla di tenere a distanza Satana, per la verità non molto riuscito (o magari per davvero incompleto). Viene eseguita anche quella sorta di love-song che è “Emily Kane”, una notevole versione di “Bang Bang Rock And Roll” quasi hardcore-punk e l’ormai classica “My little brother just discovered rock and roll…” adorata dal pubblico. Il set si conclude sulle note della formidabile “Nag Nag Nag” dall’ultimo album, a nostro avviso il miglior brano di sempre degli Art Brut. Nei bis c’è ancora spazio per “Direct Hit”, ultimo singolo del gruppo, e per un intrigante medley in cui “Good Weekend” si fonde con “Formed A Band” e in cui vengono citati i Ramones di “Hey ho let’s go!” nel pogo ormai scatenato delle prime file.
Insomma, qualcosa è cambiato. Possibile che Eddie Argos & Co. abbiano iniziato ad assumere droghe che contribuiscono a potenziarne le performance; ma è invece più probabile che siano stati i 24 mesi passati per gran parte in giro per il mondo a farsi le ossa a rendere gli Art Brut – da indie underachievers quali erano – una band sicura dei propri mezzi e capace di scuotere, ballare, divertire, ridere e pensare allo stesso tempo. E Eddie Argos oggi non è più un “ometto buffo che urla” (come si autodefinì modestamente tempo fa) ma una vera, per quanto improbabile, rockstar postmoderna. Due anni fa chi l’avrebbe mai detto?
Articolo del
29/02/2008 -
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