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Saper improvvisare ed essere spontanei su di un palco è di sicuro un’arte per pochi. Ma è un’arte che, con un po’ di applicazione, può anche essere costruita. Alla lunga, però, la finta spontaneità non funziona. Più di una volta, vedendo un attore a teatro o una band dal vivo per la seconda volta, sono rimasto davvero deluso nel constatare che quella che pensavo fosse capacità di improvvisazione e spontaneità in realtà non era altro che la recita di una parte costruita nei minimi dettagli e riproposta senza variazioni ogni sera. Con i Babyshambles e con Pete Doherty, però, non è stato così. Nel concerto di un anno fa al Rainbow, Doherty, in una serata musicalmente non indimenticabile, era riuscito a calamitare l’attenzione del pubblico con il suo carisma e con il suo atteggiamento, perchè no, da fattone. E anche ieri, Doherty è riuscito nello stesso intento, questa volta però in modo completamente diverso, con un’aria molto più pulita, regalando vinili alle prime file, intonando (e stonando, divertito, alla chitarra, alla ricerca delle note giuste) un “happy birthday” ad una ragazza delle prime file, senza parlare troppo e semplicemente cantando e suonando, in quasi tutto il set, la chitarra. I Babyshambles, insomma, hanno dimostrato di non aver bisogno che il loro leader si presenti sul palco sotto l’effetto di chissà quale droga per lasciare un ricordo (e un ricordo positivo) nel pubblico. Del resto, già entrando qualche minuto prima dell’orario d’inizio, in una sala ancora vuota per metà, la prima sorpresa. I Babyshambles sono sul palco a fare il sound check. E suonano “Time For Heroes”, l’unica canzone (bellissima, some sempre) dei Libertines dell’intera serata. Poi, dopo la performance dei Cat Claws, gli Shambles sono tornati sul palco. Nella prima parte del set hanno ripercorso quasi tutto il nuovo album “Shotter’s Nation” e l’EP “The Blinding”: dall’iniziale “Delivery” a “Beg, Steal Or Borrow”, dalla bellissima ballata “Unbilotitled” alla vena punk di “Side Of The Road”. Il tutto con grande energia, con momenti più raccolti affidati alla voce ispirata di Doherty e con una complessiva precisione che al Rainbow, solo un anno fa, non si poteva neanche intravedere. Il tutto, comunque, senza far venir meno la spontaneità, senza rinunciare ad arrangiamenti od a soli diversi da quelli del cd. Insomma, divertendosi anche. Dopo una breve pausa, si è ripreso con “Sedative” e con una serie di pezzi dal primo album “Down In Albion”: “Pipedown”, “Albion” (eseguita con la chitarra “pulita” e con una suggestiva armonica a bocca, a differenza della versione più distorta - e meno bella - proposta lo scorso anno), la trascinante “Killamangiro” e la conclusiva “Fuck Forever”. Alla fine, l’unica pecca è che sia finito. Un’ora e mezza volata in un lampo, fra canzoni tutte ben accolte e già conosciute da un pubblico per la gran parte più giovane del previsto. Pubblico che, probabilmente, dei Libertines ha sentito parlare poco. Ma alla fine non importa. I Babyshambles visti ieri possono camminare anche da soli.
Articolo del
04/02/2008 -
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