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Di cose ne ha dette tante, questa terza apparizione dei Babyshambles all’ombra di un annuvolato Colosseo. Ha confermato innanzitutto che la band di Pete Doherty, da quello sconquassato e sfilacciato combo che era in partenza, si sta lentamente ma inesorabilmente trasformando in un meccanismo ad orologeria (quasi) pronto per le grandi arene e – forse, chissà – anche per gli stadi. Ha rivelato poi – visto il pienone di uno spazio già di per sé alquanto ampio che a occhio può contenere come minimo 3.000 persone – che ormai Doherty possiede un pubblico di estimatori che abbraccia almeno un paio di generazioni: i trentenni cresciuti a pane e Libertines, i cultori dei Babyshambles della prima ora e adesso anche un cospicuo drappello di pre-adolescenti neofiti venuti qui al Tendastrisce ad assistere al primo concerto della vita dopo aver visto su MTV (o meglio: su YouTube) i video di “Delivery” e “You Talk”. Ha infine decretato che, benché disintossicato e professionalizzato, Pete Doherty resta uno degli eroi dell’attuale decennio, simbolo indiscusso del brit-punk e idolo degli anglofili del centro-sud Italia che sono venuti in massa fino al tendone di Via Perlasca per seguirne le gesta.
Purtroppo, causa una chilometrica fila al bar in attesa di una birra, ci siamo persi l'inizio del concerto. Convinti che i Babyshambles non si sarebbero fatti vivi prima di mezzanotte, avevamo dato per scontato che le note confuse e indistinte che provenivano dalla sala grande appartenessero ai previsti supporter locali Cat Claws. Valutazione errata, e l’abbiamo realizzato solo quando nel marasma abbiamo colto un riff kinksiano simile in modo preoccupante a quello di “Delivery”. A malincuore abbiamo quindi detto addio alla bionda (birra) e ci siamo precipitati in sala, a quel punto strapiena e con i quattro Babyshambles già da un pezzo sul palco. Sulla base di un rapido sondaggio, abbiamo appurato di esserci persi solo “Carry On Up The Morning” e “Delivery” dall’ultimo album e – pare ma cerchiamo ancora conferme – “Beg Steal Or Borrow” dall’EP “The Blinding”. Poco male, perché il primo pezzo con cui siamo stati accolti è stato l’atteso inedito “Pretty Sue”, già suonato dai Babyshambles nelle precedenti date insieme ad un secondo (“Boy David”) che qui non è stato proposto, e che ci ha fatto un’ottima impressione (un po' alla “The Blinding”, a testimonianza che Doherty non ha (ancora, perlomeno) perso il suo enorme talento di songwriter di razza. Dopodiché i Babyshambles sono sembrati (ri)partire con il freno tirato, forse penalizzati dall’imperfetta acustica del Tenda che rendeva il sound metallico e cavernoso, o magari perchè si sono concentrati su quegli episodi di “Shotter’s Nation” di buon fattura ma con scarse punte di genialità quali “Baddie’s Boogie”, “Unstookietitled” e “Side Of The Road”. La serata ha preso a salire d’intensità solo quando gli Shambles si sono lanciati ad eseguire “Unbilotitled” – una delle poche vere gemme del nuovo album – seguita da una perfetta (nota per nota) versione di “You Talk” (l’ultimo singolo) che ha provocato il primo entusiastico soprassalto di un pubblico – per la verità – già piuttosto genuflesso. Doherty nel frattempo faceva onore al suo personaggio, sigarette accese a ripetizione una dopo l’altra da roadies condiscendenti, urletti alla sua maniera e Union Jack sventolate a furor di popolo. Mentre al suo fianco il maturo chitarrista Mik Whitnall conferiva compattezza e spessore musicale all’intera esibizione, lontana anni luce – per sicurezza e professionalità di tutti - dal caos dell’ultimo concerto del Piper Club. Poco spazio per i brani dell’esordio “Down In Albion”: bisogna attendere la metà del concerto per sentire Doherty urlare con tutto il fiato che ha in gola “...Paddy put the pipe down!” seguita dall’amatissima dai fans “Killamangiro”, entrambe eseguite in versione streamlined e tramutate in una sorta di inni da stadio. Intrigante, invece, il medley swingante composto da “There She Goes” da “Shotter” e da una “Back From The Dead” da “Albion” quasi irriconoscibile (e che però, a nostro avviso, era preferibile nella vecchia versione). Nessuno spazio invece (per la prima volta in un concerto dei Babyshambles) per riprese dal repertorio dei Libertines, con grande sconforto di molti dei presenti, ma importante segnale che Doherty & Co., da ora in poi, intendono camminare unicamente con le proprie gambe. Verso il finale, arrivano anche la potente title-track di “The Blinding” e – inattesa quanto benvenuta – la narcolettica “Sedative” (tratta anch’essa da quell’EP), tra le cose più belle del songbook di Pete Doherty, con quel maestoso coro finale che fa divampare la platea. Si chiude come ormai consueto con la toccante “Albion” cantata però distrattamente da Doherty (che si concede l’unica vera trasgressione della serata dicendo forte e chiaro una bella parolaccia in italiano) e quell’inno generazionale che era ed è “Fuck Forever”, intervallate dalla reggata “I Wish”, un altro numero dall’EP “The Blinding”. Ed è questo che deve far riflettere: il fatto che sono passati tre anni, ma i pezzi più “forti” del repertorio dei Babyshambles restano, oggi come allora, ancora “Albion” e “Fuck Forever”: in quanto nessuno di quelli del nuovo album (a parte forse “You Talk” che qualche chance ce l'avrebbe...) è ritenuto all’altezza di chiudere un concerto…
Questo è quanto, e per questa piovosa serata va bene così, anche perché forse è l’ultima volta che ci viene data la possibilità di vedere Pete Doherty in azione in uno spazio di media grandezza. La sensazione è che la prossima, per bene che vada, sarà al PalaEur.
Articolo del
02/02/2008 -
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