|
C’è qualcuno vivo là fuori? Come una promessa da mantenere, come il grido potente e disarmante dell’”ultima lunga notte americana”, come un torrente in piena, a dispetto degli anni che passano, quasi a farseli alleati quegli anni inesorabili che ti lasciano dentro un altro tour, un’altra ruga sul cuore. Bruce Springsteen si presenta così al suo pubblico, con un urlo forte come il suo interminabile romanzo rock, c’è qualcuno vivo? Al quel ruggito risponde un boato da infarto di 12.000 fans, alcuni dei quali hanno passato la notte davanti al forum per poter essere in prima fila. Il suo sguardo è lucido e deciso, la voce è subito calda, muscolosa: “Is there anybody alive out there?”, gridato una prima volta, e potrebbe davvero essere sembrata una domanda, e poi ribadito ancora “Is there anybody alive, out there?”, con le sillabe scandite, i polmoni svuotati, ed è chiaro che non sia più una domanda ma una resa dei conti: “io sono ancora vivo, e voglio sentire che lo siete anche voi”. Radio Nowhere, il pezzo che apre il concerto al forum di Assago, unico show italiano del boss nel suo tour europeo (ma sono già in vendita i biglietti per un nuovo concerto a Milano, 25 giugno 2008) è un perfetto kick-start, chitarre taglienti, ritmica che scuote le viscere del palazzetto, Bruce è davvero ancora vivo. I primi 20 minuti non ammettono soste, The Ties That Bind e Lonesome Day, a cercare il legame tra gli album più vecchi registrati con la E Street Band (da Born To Run a The River, fine anni ‘70/primi anni ‘80) e il primo del nuovo millennio, The Rising del 2002 fino ad arrivare all’ultimo lavoro, Magic uscito un paio di mesi fa. Il pubblico italiano si conferma il più carico e il più rumoroso al cospetto dell’uomo venuto dal New Jersey e il Boss suona e canta con la stessa energia i brani vecchi e quelli nuovi, che sembrano già aver maturato una loro identità. Rispetto alla versione studio, Gipsy Biker, per esempio, appare più ruvida, chitarre taglienti, introdotta dall’armonica a bocca in odore di Morricone western. E’ in forma il capo, si agita e suda, si muove da un alto all’altro del palco con l’energia di un ragazzo e senza il peso dei suoi 58 anni. Cerca il cuore del suo pubblico, lo incita e lo sollecita, ma non nasconde le vergogne del suo paese. “Viviamo in un tempo quando la verità sembra una bugia e la bugia sembra la verità...” prima di attaccare con la title track dell’ultimo disco, Magic, sinistra e noir, con il violino e la seconda voce di Soozie Tyrell che fa la parte di Patty Scialfa rimasta a casa con i figli. E nonostante l’accento posto erroneamente sulla u di “bugia” possa far sembrare buffa l’espressione, non c’è traccia di ironia nelle parole di Springsteen. Il pezzo dopo è un altro pugno allo stomaco ben assestato, Reason To Believe, folky/blues tratto da Nebraska (1982), che diventa uno shuffle tinto di blues, con l’armonica a bocca di Bruce che imita il sibilo del treno grazie ad un vecchio microfono da blues anni ’50, distorto. Il pezzo poi parte furente e la E Street band gira solida e carica. Al di là di tutto, i pezzi più vecchi riempiono di magia il Forum e la scaletta predilige diverse cose dai ’70. L’accoppiata Adam Raised A Cain / She’s The One, mette alla prova ritmo e potenza della band, e poi ancora una volta The Promised Land regala lacrime e armonica, un solo di sax bellissimo e un Clarence “Big Man” Clemons in ottima forma. Si vociferava di una E Street band non più all’altezza dei fasti di un tempo, ma, credeteci, la sostanza è intatta. Il più in forma appare Max Weinberg dall’alto della sua batteria, irresistibile e sprizzante energia da ogni singolo poro, e insieme al basso di Garry Tallent tengono la pompa come da rito. Un po’ sacrificato dalle ultime produzioni il pianista Roy Bittan riesce ad insinuarsi con mestiere e le solite dita ispirate, mentre gli intarsi di chitarre tra Nils Lofgren (divertitissimo come al solito e piroettante sul palco!), Little Steven (vera seconda anima della band e blood brother del Capo), la telecaster di Springsteen, il violino di Soozie Tyrell e il sax di Big Man creano un amalgama che ha la meglio persino sulla pessima acustica del Forum di Assago. L’unico a stare purtroppo davvero male è il tastierista e organista Danny Federici, rimasto in Usa per un ciclo di chemioterapia e sostituito dal sessionist Charlie Giordano. Se è vero che la chicca più bella e preziosa resta il “double shot” dal disco The Wild The innocent And The E Street Shuffle (risalente addirittura al 1973) con la splendida Incident On 57th Street, vero romanzo di strada in 4 minuti, seguita da The E Street Shuffle, eseguita per la prima volta in Italia (e raramente in carriera, almeno dalla metà anni ’70), curiosissimo pezzo in stile Springsteen degli esordi, funkeggiante, rumoroso e denso di immagini, il Boss ha anche voglia di parlare dell’oggi e del suo oggi. Living In The Future (ancora introdotta in italiano) con i dubbi sull’America che vive e respira adesso nel 2007, e I’ll Work For Your Love, bell’affresco ricco di immagini bibliche prestate ad un amore terreno, entrambe tratte da Magic fanno fatica a reggere il passo con i monumenti della storica E Street band, nonostante il pubblico mostri una sorprendente familiarità con i nuovi testi. Poco male, comunque, l’intensità rimane sempre alta, e Bruce appare voglioso di divertirsi e divertire. L’ultima parentesi folk apre Devil’s Arcade, altro affresco noir, più godibile sul disco, che si chiude con un ipnotico drumming solitario. Se i tifosi possono sembrare stanchi Springsteen accelera ancora. In sequenza The Rising, title track del 2002 che il pubblico evidentemente ama più del sottoscritto, Last To Die, furiosa ed epica, una delle cose migliori di Magic, intensissima e sofferta dal vivo, e ancora Long Walk Home, nodo cruciale del concerto. Madido di sudore e deciso a spremere gli stessi abiti di scena già fradici dopo i primi pezzi, Bruce chiama a raccolta i suoi in una cavalcata che rievoca tanti suoi vecchi racconti, nelle tematiche oltre che nello spirito epico che la pervade. Ma in Long Walk Home, il lungo ritorno a casa, suona a metà come una sconfitta e una speranza per il protagonista, dannazione e redenzione, passaggi obbligati nel percorso da Born To Run a Nebraska o Born In The Usa. Stavolta il canto e la poesia sono senza fronzoli, la band e il pubblico si stringono intorno all’ultima corsa verso casa, per poi riesplodere nel rock di Badlands cantata ancora a diecimila voci. Sembra impossibile ma la parte più forte deve ancora arrivare. In zona bis Bruce e la E Street band sono capaci di andar avanti per un altro set intero. Girls In Their Summer Clothes (“dedico questa canzone a tutte le ragazze!”) è un pop a metà tra gioia e malinconia, irresistibile su disco, un po’ sfuocato dal vivo, dove la voce di Bruce non sembra trovarsi proprio nei suoi migliori agi. Ma è solo l’apertura. Arrivano tre gioiellini tratti da Born To Run: 10th Avenue Freeze Out, e soprattutto Thunder Road e Born To Run (da molti considerati i pezzi più belli di tutta la produzione springsteeniana) ad accendere le luci sul palco. Ormai la promessa è illuminata a giorno, quasi dispiace che arrivi la saltellante Dancing In The Dark, che il Boss evidentemente considera ideale per chiudere la festa, prima di American Land, forse l’ultimo capolavoro in ordine di tempo scritto da Springsteen. Pubblicato in versione live con la Seeger Session Band, lo scorso anno e vero manifesto dell’avventura folk del 2006 di Bruce, rivisto con la E Street Band perde magari un po’ del suo smalto roots, ma permea del suo significato e della sua energia anche l’ultimo Magic. Dopo 2 ore e mezza, il Boss saluta tutti, come suo solito con la chitarra sguainata in aria, sicuro di aver dato ancora tutto quello che aveva. Noi torniamo a casa sicuri che anche stavolta la promessa è stata mantenuta.
Articolo del
09/12/2007 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|