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Forse è a causa dell’acqua che bevono, convenientemente filtrata dal lurido fiume Mersey, o magari è per via dell’aria che respirano, ancora impregnata dello spirito dei Fab Four, ma andare a vedere un concerto di un gruppo di Liverpool è sempre una festa. E vale per i Wombats, esordiente trio che nel Regno Unito sta diventando una delle success story dell’anno, quanto da noi affermato tempo fa in occasione della data romana dei loro concittadini Hot Club De Paris: vederne di gruppi che sanno dar vita a dei live show così vitali e trascinanti e con una simile naturalezza... Benché, certo, non si possa non riscontrare che il loro è puro entertainment postadolescenziale e nulla più: i Wombats non nutrono infatti nessuna ambizione di essere innovativi e/o originali, e si limitano a operare nel solco di una onorata tradizione che parte dalla goliardia dei Madness degli anni ’80 per arrivare al dinamico pop-sound angolare di band odierne quali Pigeon Detectives e Maximo Park. A fare la differenza in positivo rispetto ad altre band similari, ci sono le canzoni (almeno quattro magistrali) e la scanzonata immagine a tre dimensioni che proiettano. Matthew Murphy, il leader cantante (e talora tastierista) è una sorta di Bob Geldof giovane con meno ego e più autoironia: possiede talento (compositivo, vocale, ecc.) e il bello è che forse non sa di averne. Dan Haggis, il batterista, è l’estroverso del gruppo, quello che motteggia a tutto spiano. E’ il “bello” dei Wombats (almeno così parrebbe dalla reazione delle indie-girls) e, contemporaneamente, anche la vera anima cazzara della band. E poi c’è il token european, il bassista norvegese Tord Øverland-Knudsen dalla capigliatura farlocca, in teoria l’anello debole del trio con il suo campionario di mossette demodè da rocker alla MTV, ma che contenuto nella spensierata cornice dei Wombats fa anche lui la sua discreta figura. Il pubblico accorso al Jailbreak, bello folto e in massima parte under-21, è stato dapprima scaldato dagli autoctoni Montecarlo Fire epigoni dei newyorkesi Strokes, che hanno presentato l’EP autoprodotto “The Guilty Pleasures”. Nota di merito per il cantante - in possesso di una bella voce, calda e potente - e per la brevità del set (non più di una ventina di minuti): magari tutti i gruppi di supporto capissero che di regola dopo il quarto brano la platea (ciascuna platea) inizia a scalpitare nervosamente in attesa degli headliner! Preceduti da un demenziale nastro audio narrante lo “storico” primo incontro di Matt, Dan e Tord a mo’ di favoletta, i tre Wombats aprono i procedimenti impiccando platealmente la maxi-mascotte di peluche che li ha accompagnati per tutto il tour europeo di cui Roma è la tappa finale, un wombat appunto (che per chi non lo sapesse è un mammifero marsupiale di base in Australia che ad occhio pare un incrocio tra un maiale e un orsetto) che avendo esaurito il proprio compito di portafortuna penzolerà vistosamente dalle assi del palco per tutta la serata. L’apertura tocca a “Kill The Director” seguita a ruota da “Moving To New York”, uno dei pezzi forti dell’album d’esordio “A Guide To Love, Loss And Desperation”, melodicamente ineccepibile e con un improvviso stacco di batteria che cita “Boys Don’t Cry” dei Cure. Gli altri momenti che si incidono nella memoria sono quelli della ballad “Here Comes The Anxiety” e di “My First Wedding”: è solo agli inizi, Matthew Murphy, ma le canzoni sa scriverle eccome, e d’ora in poi potrà solo migliorare. Piacciono in particolare le sue liriche ironiche, surreali e mai banali: da storyteller di razza, insomma, nella tradizione tutta britannica dei Ray Davies, dei Billy Bragg e - per venire ai nostri giorni - degli Eddie Argos. L’ultimo brano della serata è l’immancabile “Let’s Dance To Joy Division”, la indie-disco-song del 2007, durante la quale si scatenano pogo e putiferio mentre Murphy con quanto rimane delle sue corde vocali intona “So let the love tear us apart/ I've found the cure for a broken heart / Let it tear us apart...” per un gioioso inno alla vita in cui prodigiosamente compaiono fianco a fianco le parole “Joy Division” e “We’re so happy”: il passato e – forse – il futuro dell’indie-rock britannico. Non vale neanche la pena che scendano dal palco, i Wombats, perché la folla reclama a gran voce il bis che prontamente arriva, “Backfire At The Disco”, altro singolo di grande successo e in assoluto il più leggerino e commerciale contenuto in “A Guide To Love, Loss And Desperation”.
Troppi inutili coretti “whooah whooah”, forse, e si può anche aggiungere che tanti (troppi) brani del loro ancora scarno repertorio non raggiungono musicalmente gli standard di una “Moving To New York” o di una “Let’s Dance To Joy Division”. E magari non saranno i Wombats la “next big thing” inglese capace di infiammare gli animi come fecero (ad es.) i Libertines, ma quel che è certo è che il trio di Liverpool sa fare “party” come pochi. E questo si è fatto, domenica sera al Jailbreak di Roma.
Articolo del
30/11/2007 -
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