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Era un appuntamento da non perdere. Tornano ad esibirsi a Roma i Tuxedomoon, il gruppo che si era formato a San Francisco nel 1977 intorno al genio creativo di due polistrumentisti come Steven Brown, tastiere, voce, sax e clarino, e Blaine L. Reininger, violino, chitarra e voce. Si aggiunsero a loro, poco più tardi, Peter Principle, bassista e produttore musicale, e un personaggio come Winston Tong, mimo teatrale e cantante che adesso però non fa più parte della formazione. Dopo aver esordito sulla scena locale del punk d’avanguardia i Tuxedomoon, nauseati e stanchi dell’America degli anni Ottanta, guidata da Ronald Reagan, decisero di trasferirsi in Europa, prima in Olanda, ad Amsterdam, e poi in Belgio, a Bruxelles. Fu qui che trovarono una dimensione più adatta alle loro dinamiche esistenziali e alla loro ricerca musicale, e diedero vita ad un connubio tanto azzardato quanto fantastico fra l’aggressività e l’energia della new wave e forme sonore più classiche e più raffinate, di stampo europeo. Raggiunsero una grande notorietà per merito di un disco cult come “Half Mute”, del 1980, seguito poi da tutta una serie di album davvero interessanti, pubblicati sia come band sia in qualità di artisti solisti, dischi che hanno contrassegnato una attività artistica quanto mai variegata e fertile. Dopo una breve interruzione i Tuxedomoon sono tornati insieme nel 2004, anno della pubblicazione di “Cabin In The Sky”, un cd al quale fece seguito poi, due anni più tardi, il meno riuscito “Bardo Hotel”. Adesso sono di nuovo in tour e festeggiano insieme i primi 30 anni di carriera facendo conoscere in giro le composizioni di “Vapour Trails”, il nuovo album, uscito di recente per la Crammed Records. Il disco è stato registrato ad Atene, in Grecia, dove adesso abita Blaine L. Reininger, grazie ad un metodo di lavoro definito post national style, un approccio che si serve delle nuove tecnologie per mantenersi sempre e comunque in contatto e scambiarsi idee e basi musicali in tempo reale. Steven Brown infatti vive in Messico, mentre Peter Principle è tornato in America, a New York, e soltanto Luc Van Lieshout, il trombettista della band, l’ultimo arrivato, è rimasto a Bruxelles. Nei nostri ricordi il concerto romano al Trianon, nel lontano mese di Novembre del 1981, ma pretendere una ripetizione dello stesso è cosa impossibile ed ingiusta. Lasciata da parte la carica iconoclasta di derivazione punk di quegli anni, la versione odierna dei Tuxedomoon sposta l’accento su una visione musicale più allargata e decisamente più matura, che si dedica alla rivisitazione di linguaggi antichi e moderni, che cantano la lingua dei diversi posti che il gruppo ha amato o ha visitato. Oltre che in inglese, si sente cantare in spagnolo, in greco e anche in italiano, frasi come “chi si ferma è perduto” all’interno di una composizione delirante che ripete “I will make time” in modo frenetico e ossessivo. Molto belle anche “Mucho Colores” e “Big Olive”, ispirata dalla sontuosa bellezza di quell’albero di olivo di fronte alla nuova casa di Reininger in Grecia. “Still Small Voice” poi, è un vero incanto, merito di un quanto mai folle ma gustoso intreccio di suoni fra clarino, tromba e violino, che determinano un’atmosfera drammatica e tesa. Sia le nuove che le vecchie composizioni dei Tuxedomoon, e ci riferiamo in particolare alla splendida immancabile “Ship Of Fools”, sono accompagnate da uno spettacolo multimediale che prevede sia immagini proiettate su uno schermo posto in fondo al palco sia delle piccole rappresentazioni live talvolta agghiaccianti, prese in prestito dalle provocazioni tipiche del Futurismo. Il tutto improntato ad una sorta di cabaret nero, romantico ed espressionista. Non è rock in senso classico, non è neanche new wave, ci sono citazioni jazz piuttosto, mescolate alla musica etnica. Ascoltiamo anche il classico “James Bond Theme” straniato da un sax sotterraneo e letale, mentre subito dopo riconosciamo l’accenno dance di “I Feel Love” di Donna Summer, una citazione divertente, contrappunto ideale ad un concerto che è invece ricco di sonorità decadenti. Poco prima della fine, alcuni epigoni della stagione punk si avvicinano al palco per chiedere a Reininger l’esecuzione di “No Tears”, un pezzo storico della prima fase dei Tuxedomoon, di certo il brano più ritmato ed aggressivo fra quelli composti dal gruppo, ma Blaine scuote la testa. Non è previsto, non ascoltiamo neanche “In A Manner Of Speaking”, ma va bene lo stesso, siamo tutti contenti così, anche perché un concerto è sempre un qualcosa di unico e irripetibile, basta a se stesso, e non deve essere inteso come un juke box freddo e vuoto, che gettona vecchi hits.
Articolo del
19/11/2007 -
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