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Prima di assistere ad un concerto solitamente, chiacchierando tra amici, si tende a cercare di prevedere cosa verrà suonato, in che modo, e a creare una certa dose di aspettativa proporzionale all’evento a cui si sta per assistere. Il concerto di martedì degli Interpol non ha difettato in questo senso. Tutti, compreso il sottoscritto, si aspettavano qualcosa di importante da una band che, ormai, potrebbe tranquillamente fare da headliner in qualche festival, riconoscibile e ben distinta nel panorama indie e non solo. Le premesse per una serata con i fiocchi ci sono tutte: Alcatraz esaurito, telecamere puntate pronte a registrare il live e i Blonde Redhead come “supporto”. Una serata da offerta speciale quindi, un concerto da non perdere. Queste le premesse. Ma cosa è successo veramente? I Blonde Redhead iniziano il loro set ad un orario più adatto ad un aperitivo, comportandosi però più che egregiamente La sala si popola e la gente mormora. Fuori la ressa si sa sentire, dentro la temperatura sale. Il palco è pronto. Ore 21 e qualche minuto: si spengono le luci e fanno il loro ingresso Paul Banks e soci, elegantissimi in perfetta tenuta nera. A volte ci si accorge subito che qualcosa non funziona. Personalmente me ne rendo conto dopo "Pioneer To The Falls" e "Obstacle 1", i brani d’apertura: la band è presente sul palco ma quello che arriva dall’altra parte puzza leggermente di compitino ben svolto. E questa sensazione mi pervade per tutta la prima parte del concerto che, dalla sua, vede in scaletta pezzi come "C'Mere", "Say Hello To The Angels" e "Slow Hands", un senso di normalità che sinceramente non mi aspettavo. Certo, stanno “suonando come sul disco”, ineccepibili, eppure qui siamo in un live, non è la stessa cosa. Mr. Banks rivolge solo qualche sporadico “grazie” ad un pubblico che mi sembra solo in parte entusiasta. Gli irriducibili si ostinano nel perseverare con cori ed incitamento eppure il resto della gente rimane ben incollato con i piedi per terra. Mi guardo intorno per scovare uno sguardo di conforto, giusto per capire se solo io mi aspettavo... qualcosa di più. Un ragazzo in perfetta tenuta indie con cappellino e pantaloni a sigaretta mi ricambia storcendo il naso e facendo spallucce. La mia serata termina in un istante. Solo il chitarrista Daniel Kessler sembra avere a cuore quello che per diverse band è il fulcro del concerto, il rapporto con il pubblico, e si danna l’anima dando il meglio che può. Nella seconda parte sembra che qualcosa cambi: "Not Even Jail", "No I In Theesome" rendono giustizia al nome della band, "The Heinrich Maneuver" e "Mammoth" scatenano la folla, ma ho paura più per il loro essere “singoli” che per quello che realmente sento. "NYC", "Stella Was A Diver And She Was Always Down" e "PDA" concludono quello che da evento tanto atteso si è trasformato in, ho paura di dirlo, una delusione. Deluso non dalla qualità della musica, ma da come questa musica mi è arrivata, un senso di piattezza e mancanza di cuore nel dare qualcosa di più, qualcosa che non si limiti ad una posa da figo, immobile sul palco come le bestie da museo in copertina di "Our Love To Admire". Da un concerto mi aspetto qualcosa che mi colpisca, specialmente se sul palco trovo una band come gli Interpol. Che peccato.
Scaletta: Pioneer To the Falls Obstacle 1 Narc C'Mere The Scale Public Pervert Say Hello To The Angels Mammoth No.I in Threesome Slow Hands Rest my chemistry The lighthouse Evil The Heinrich Manuever Not Even Jail
(Bis) NYC Stella was a diver and she always down PDA
Articolo del
18/11/2007 -
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