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Traffic Torino Free Festival 2007: siamo alla quarta edizione di questo festival gratuito che negli anni è cresciuto e si è ampliato, trasformandosi in un evento che gli amanti della musica in tutta Italia si segnano sul calendario mesi e mesi prima. Oltre ai concerti che per quattro notti hanno animato il parco della Pellerina e agli after per nottambuli che hanno fatto straripare di umanità i locali lungo i Murazzi (attenti a non cadere nel fiume però!), reading e mostre fiorivano per tutta la città sin dal primo pomeriggio trasformando un semplice festival musicale in un vero e proprio evento culturale. Gratuito.
Primo grande concerto, mercoledì 11 con Lou Reed plays “Berlin”. L’evento è importante: a 34 anni dalla registrazione di questo concept album che mai aveva interpretato dal vivo, ecco che Lou Reed si rimette in gioco e ci prova, appoggiandosi ad una trentina di musicisti, ottimi musicisti, compresa una sezione di archi e fiati. Purtroppo arrivo tardi e quel catino che raccoglie il palco ed il pubblico del Traffic è già colmo e straripante, tanto da impedirmi ogni tentativo di avvicinamento. Rimango sulla collina e posso solo captare le note disperse dal vento e sforzare gli occhi sui maxischermi lontani. Mi fermo a raccogliere le impressioni della gente a fine esibizione che sono per la maggior parte positive e commosse. Chi trent’anni fa aveva comprato quel cd lo ha finalmente ascoltato dal vivo; il cerchio si chiude: quel che mancava è stato finalmente dato.
Giovedì 12 è la volta dei Daft Punk che dopo tanti – troppi - anni finalmente tornano ad esibirsi in Italia. In apertura ci sono i danesi Who Made Who, un trio che prende il nome da un cd degli AC/DC ma che da loro si discosta parecchio in quanto a genere: un rock elettronico abbastanza indicato per introdurre la serata Disco no Disco del festival; la cover di “Satisfaction” di Benny Benassi fa saltellare più o meno tutti mentre il sole non accenna a tramontare. Arrivano gli LCD Sound System e la folla, sempre più numerosa, inizia a scaldarsi davvero, tanto da spingere James Murphy a pregare il pubblico di non esagerare con il pogo. Carichi e davvero bravi, gli LCD Sound System snocciolano i loro pezzi più famosi, primo tra tutti “Daft Punk Is Playing At My House” che in una serata del genere si carica di una gradevole ironia mista all’eccitazione del pubblico che canta e ride rendendo l’atmosfera davvero piacevole. “North American Scum”, “All My Friends” e “Tribulations” sono riconosciute da molti che le acclamano a squarciagola mentre il sole inizia a calare. Proprio in conclusione, purtroppo, salta la corrente e la band è costretta a ripetere “Yeah”. L’intoppo è letale per l’atmosfera ed è davvero triste che un set così carico e dinamico debba morire sul più bello per questioni tecniche. Il pubblico mostra un certo disappunto e si distrae, la band di disappunto ne mostra giustamente anche di più assieme ad una punta di dispiaciuto imbarazzo che si percepirà chiaramente nella ripresa poco convinta del brano. Un vero peccato. Un sipario nero copre il palco e da dietro luci e rumori lasciano intendere che quello che si sta montando è qualcosa di grandioso. Estenuanti quaranta minuti trascorrono di attesa prima che finalmente il sipario si apra nuovamente. L’astronave è atterrata. Non si può che pensare questo quando davanti agli occhi appare una piramide gigante di luce abitata da due esseri strani con tute fantascientifiche e caschi d’oro e argento in testa; uomini o androidi? Alieni i semplici robot? Ma non si tratta di luce e non si tratta di alieni: la piramide è costituita da schermi che per l’intera durata del live si illumineranno, proietteranno immagini e giochi di luce capaci di ipnotizzare anche le ultime file e gli strani esseri che la abitano non sono altri che i Daft Punk... ma saranno davvero Thomas Bangalter e Guy Manuel de Homem-Cristo? Nessuno può saperlo. Partono con “Robot Rock” e già la folla è in visibilio. Ai lati della piramide due reticolati di neon amplificano l’effetto straniante cui fa eco un enorme maxischermo che riempie il retro del palco. Fermarsi è impossibile, staccare gli occhi da quelle luci è assurdo. Iniziano le prime spintonate, qualcuno bisticcia ma presto la musica travolge tutti e non c’è più tempo per occuparsi di tutto il resto. “Oh yeah”, “Tecnologic”, “Television Rules The Nation” e poi ibridi che nascono fluidi come quando “Around The World” (il boato del pubblico fa tremare le case in zona) si trasforma in “Harder, better, faster, stronger” o quando “Face To Face” incontra “Aerodynamic” e quando “Superheroes” sfocia in “Human after all”. Che un dj set possa avere un tale potere sulla folla, un impatto così totalizzante non può che sembrare incredibile a chi non c’è stato ma per l’intero pubblico della Pellerina è stata la cosa più ovvia e spontanea, più necessaria ed ineliminabile. Uomini o robot, alieni o figuranti, i due esseri nascosti dentro la piramide di luce sanno tirare fuori l’anima della musica elettronica che non è solo un intrattenimento danzereccio per giovani annoiati il sabato sera ma vera e propria arte, assolutamente da non sottovalutare. Dopo la prima pausa tornano con nuove divise; dal reticolato di neon nasce una linea che come un serpente scorre dall’esterno verso l’interno, avvicinandosi alla base della piramide e da lì salta su di essa, salendo sinuosamente fino alle tute dei Daft Punk che si illuminano a loro volta. Il pubblico grida più forte ed è la volta “Da Funk”. Ormai il parco è invaso di esseri umani e tutti fluttuano seguendo lo stesso ritmo, un mare in tempesta fatto di teste sudate e braccia levate a cielo. Salutano e spariscono per un minuto. Tornano per concludere, questa volta davvero. Salutano, lanciano baci (come baceranno i robot?) e si voltano per scendere dall’astronave; sulle spalle il loro nome si fa più piccolo ad ogni passo ma staccare gli occhi è ancora impossibile. Si accendono le luci ma il ritorno alla normalità è lento; gli sguardi persi delle persone che un po’ smarrite si dirigono verso l’uscita confermano che l’incontro con gli alieni in Italia, a Torino, nel parco della Pellerina…c’è stato davvero.
Venerdì 13 ( stavolta non è un film!) il parco della Pellerina promette una Brit Night. Dopo l’esibizione dei Fuh, giovane band che ha vinto le selezioni regionali dell’Italian Wave Festival e che potrebbe in futuro riservare delle sorprese, è la volta degli Art Brut. Eddie Argos, frontman della band, già dopo pochi minuti scende dal palco e si tuffa a cantare sopra le prime file, con lo staff security che si sforza di sostenerlo e respinge le manate di alcuni fan un po’ troppo scatenati. Cominciano così quindi, con fare disinvolto e divertito, come a voler consapevolmente ignorare il fatto che la maggior parte del pubblico sia lì per gli Arctic Monkeys ed è una scelta azzeccata. Argos chiacchiera con le prime file e racconta all’intero parco aneddoti e storie; Jasper Future, chitarrista, fa smorfie buffe e divertenti, sguardi sbilenchi studiati ma naturali e anima il pubblico chiamandolo a collaborare perché possa davvero farsi coinvolgere dal live. Sono bravi e il pubblico risponde positivamente…soprattutto quando Argos consiglia loro di dimenticare i propri ex (per introdurre Emily Kane) o si sbottona la camicia ostentando una panciotta flaccida (in prima fila non era sinceramente uno spettacolo gradevole... ma almeno gli va riconosciuta una grande autoironia). Sulla scanzonata “Art Brut! Top of the Pops!” decide con spirito di fratellanza musicale di aggiungere anche i nomi dei The Coral e degli Arctic Monkeys. Se ne vanno e il pubblico li saluta con affetto. I The Coral purtroppo non saranno all’altezza dei loro predecessori: bravi ma un po’ manierati e troppo rigidi sul palco non riescono a dare energia ai loro brani e la Pellerina si risveglia dal torpore solo per un attimo, riconoscendo le note della hit “In The Morning” durante la quale si vede qualche braccino alzato e persino qualche fianco ondeggiante. Finalmente tocca alle scimmiette; le prime file traboccano di adolescenti emozionati, sfegatati fan iscritti al forum che pigiano sempre di più, urlano e si chiamano da una parte all’altra dello spiazzo. Se con la mente si torna al pubblico della sera precedente, ci si rende facilmente conto di quanto fosse differente. Più vecchio e variegato ma non per forza migliore. Certamente più pacato. Tempo di sistemare il palco e il quartetto di Sheffield attacca subito con una canzone energica: “View From The Afternoon” a cui fanno seguire “Brianstorm”. Palco spoglio e quattro ragazzini che suonano... se non fosse per la loro bravura potrebbe sembrare di trovarsi ad una festa di fine anno in qualche liceo. Invece sono bravi, molto bravi. Matt Helders alla batteria resiste e incredibilmente non perde un colpo neanche nei pezzi più veloci. “Teddy Picker”, “Florourescent Adolescent” e via di seguito: le canzoni si susseguono senza pause o variazioni. Va riconosciuto che non sanno ancora interagire col pubblico (anche se Alex Turner lancia parecchie occhiate alle prime file): parlottano e ridono tra loro ma non regalano performance affascinanti o divertenti. Quasi immobili sul palco sembrano una band alle prima armi che suona nella cantina di un vecchio club... invece sono gli Arctic Monkeys e sono già al loro secondo album. Le prime file godono appieno del live e riescono persino a ridere del loro divertimento ma il resto del parco resta coinvolto solo per metà, certamente trascinato dalla potenza del loro live, dalla batteria martellante e dall’indubbia bravura (perché è impossibile restare immobili ad un concerto degli Arctic Monkeys... anche se loro quattro ci riescono bene) ma insoddisfatto sul piano emozionale e partecipativo. Chiudono con il trittico “When The Sun Goes Down”, “I Bet You Look Good On The Dancefloor” e “A Certain Romance”; la Pellerina balla e i quattro giovani, giovanissimi musicisti sul palco ringraziano e salutano. Gli Arctic Monkeys sono indiscutibilmente bravi, se crescendo non si perderanno per strada sapranno regalare certamente grandi pezzi... e magari dei live più attivi!
A chiudere il Traffic Torino Free Festival una serata dal nome altisonante: Ampie Visioni nel Vuoto. Ad aprirla c’è Ivan Segreto seguito dagli Antony And The Johnsons, ma il re della serata è Battiato che un po’ per stima un po’ per gioco ha invitato i Subsonica, padroni di casa (Max Casacci, il chitarrista, è l’ideatore del festival) a suonare con lui per gli ultimi venti minuti del concerto. A Torino Battiato il suo nuovo tour e lo fa trascinando l’intero e variegato pubblico della Pellerina in uno spettacolo che si fa più intenso brano dopo brano e che finisce per coinvolgere tutti, anche i più distratti capitati lì per caso. Inizia pacatamente seduto, circondato da ottimi musicisti. “Povera patria” è eseguita in maniera quasi struggente. Componenti della band femminile Mab si alternano sul palco non solo per duettare con Battiato durante l’esecuzione de “Il vuoto” ma per l’intero set. Piace al pubblico la versione del Maestro di “Ruby Tuesday" dei Rolling Stones; su “Amore che vieni amore che vai” di De Andrè la folla esplode in un boato e finalmente si fa coinvolgere appieno dal live. Da questo punto in poi sarà un crescendo: su brani come “Shock In My Town”, “Cuccurucuccu” o “Voglio vederti danzare” neanche i genitori con prole a seguito riescono più a stare fermi. ”La cura” sembra quasi eseguita da un coro ma in realtà è il pubblico ad urlarne le parole a squarciagola. Qualcuno si abbraccia, qualcuno si chiude nei propri pensieri; ho persino visto scintillare un paio di lacrime tra la folla. Ogni singola persona in quel momento l’ha dedicata a qualcuno perché è impossibile fare altrimenti. Battiato lascia il palco e poco dopo i Subsonica sono già in azione. Malgrado eseguano solo quattro brani, l’entusiasmo che si scatena tra il pubblico fa supporre che molti siano venuti proprio per loro. Iniziano con “Fetus” di Battiato, canzone prog-elettronica vecchia di ormai trent’anni. Per un errore Battiato non sale immediatamente sul palco come previsto e Samuel si trova a dover cantare da solo le prime due strofe. I Subsonica interpretano “Fetus” in una chiave rock molto grintosa e come sempre saltellano, ballano e incitano il pubblico con due-tre “su ‘ste mani!” urlati da Samuel nei momenti giusti, però appaiono un po’irrigiditi e non del tutto spontanei: dopo mesi lontani dai palchi sembrano aver bisogno di un rodaggio e probabilmente la mini esibizione al Traffic è l’occasione ideale. Poi tocca ad un loro brano: “Disolabirinto" e la folla finalmente balla, balla davvero. In quest’alternanza di brani subsonici e di brani del Maestro, è la volta “Up Patriots To Arms”; vedere Battiato cantare divertito con i cinque musici torinesi è un piacere difficile da descrivere. ”Up Patriots To Arms” viene bene, benissimo. Una versione più elettronica ed arrabbiata dell’originale che varrebbe la pena di registrare un giorno in studio. A chiudere la serata e l’intero festival ci pensa “Preso blu” un brano del primo cd dei Subsonica, amatissimo dai loro fan di più vecchia data. Max Casacci non può che ritenersi soddisfatto: tutte le serate hanno visto il parco della Pellerina straripare di pubblico; gli artisti invitati ad esibirsi non hanno deluso e malgrado qualche problema tecnico e un po’ di caos (ma quale festival non ne ha?) il Traffic Torino Free Festival 2007 si chiude con un bilancio più che positivo. I Subsonica salutano, Battiato saluta, le luci si accendono ed è tempo di andare. Lentamente, molto lentamente la gente scema verso l’uscita con le orecchie ronzanti e l’animo allegro e già sembra fantasticare sulla prossima edizione.
Articolo del
30/07/2007 -
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