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Torna in Italia per alcune date del suo “Nine Lives Tour”, Robert Plant, leggendario vocalist dei Led Zeppelin, da anni impegnato in un carriera solista molto proficua ed esaltante, che non taglia i ponti con il passato, ma gli consente di rivisitarlo con una luce sempre nuova, ogni volta diversa. Mr. Plant ha 59 anni ormai, il suo volto è segnato come quello di chi si è sempre voluto esporre in prima persona e ha vissuto su di sé ogni nuova scoperta, ogni nuova emozione, tante amarezze ma anche il coraggio dei cambiamenti. Non ha rinunciato però al confronto con il pubblico, alla dimensione live, a quel gusto per la strada che ogni vero rock’n’roller dovrebbe sentire dentro di sé, come un percorso che dura una vita e con il quale hai ancora voglia di misurarti. Robert Plant ha finito da poco di registrare “Goin’ Home” un album tributo a Fats Domino che uscirà per la Vanguard Records a settembre. Gli introiti che saranno ricavati dalla vendita del disco serviranno a ricostruire la casa del mitico musicista di New Orleans, spazzata via dall'uragano Katrina. Ma questa sera a Roma, Robert Plant si presenta ancora nella sua dimensione di “Mighty Rearranger” che non è soltanto il titolo del suo album solista di un paio di anni fa, ma qualcosa di più. E’ tutta sua infatti quell’abilità di “riarrangiare” in maniera assolutamente fantastica i suoni di vecchie canzoni zeppeliniane come “Friends”, “Going To California” o l’eterna “Gallows Pole”, di dare loro un vestito nuovo che splende di bagliori e di cadenze ritmiche del lontano Oriente, di suoni di mandolini che si mescolano alle chitarre acustiche, di tanto in tanto relegate in secondo ordine da vigorose sferzate elettriche. Accompagnano Robert Plant nel tour delle “Nove Vite” (come quelle di un Gatto) gli Strange Sensation, la giovane band guidata dall’estroso Justin Adams, chitarra solista, con Skin Tyson, all’altra chitarra, Billy Fuller, al contrabbasso, John Baggott, alle tastiere, e Clive Deamer, poderoso e puntuale, alla batteria. Le note dense, dal sapore ipnotico, di ‘Let The Four Winds Blow’ si mescolano alle tonalità indiane di ‘Tin Pan Valley’, con quella chitarra che sembra un “sitar”, con quella scenografia che trasforma il palco in un antico salotto orientale. Ma c’è un brano che non ha bisogno di ritocchi, c’è una canzone che nasce con una sua dimensione acustica e che appartiene al repertorio Zeppelin da sempre, le cui note riconosciamo dai primi arpeggi, che sono quelli di sempre, che ci fanno salire i brividi lungo la schiena, che non ha uguali e che si intitola “Baby, I’m Gonna Leave You”, eseguita davanti ad un pubblico felice, che alzava le braccia verso il vocalist dei Martelli di Dio, in segno di tripudio! Il segno caratteristico della nuova dimensione scelta da Robert Plant è il recupero delle radici Blues del suo repertorio (non è infatti un caso l’esecuzione di una fantastica cover, quella di “Hoochie Coochie Man”) e la contemporanea fusione delle stesse con le nenie proprie del deserto arabico, in una mistura dai tratti oscuri ed inquietanti, ma affascinante come mai! Una sorta di “blues desertico” che attanaglia anche i brani più scatenati ed incalzanti dei vecchi Zep, li frena sul nascere, come se fossero per così dire “demetallizzati”, prima di nascere a vita nuova. Il finale del concerto è riservato ad un classico come “Whole Lotta Love”, un brano capolavoro che non può mancare in qualsiasi esibizione live di Robert Plant, ma anche in questo caso c’è una sorpresa: accanto al riff serrato delle origini, e all’interno dell’intermezzo psichedelico previsto dal brano, emerge una versione gypsy-punk e arabeggiante di “Sidi Mansour”, un ulteriore omaggio alla musica africana di cui Robert è da sempre un grande estimatore. Il refrain di “Whole Lotta Love” torna poi a colpire con virulenza inaudita, e quei suoni, insieme all’immagine di lui che si offre al pubblico, fiero della sua integrità, ci resteranno a lungo nel cuore. I’m Gonna Give You My Love! Yeah! Whole Lotta Love!!!
(la foto di Robert Plant on stage all'Ippodromo delle Capannelle di Roma è dello stesso autore della recensione Giancarlo De Chirico)
Articolo del
31/07/2007 -
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