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Usciamo dall’autostrada, prendiamo l’uscita per Osmannoro come indicato dal casellante, ci fermano all’entrata di una via. Parcheggio a pagamento, tre euro e metti la macchina dove vuoi, sempre dritto. Perfetto. Se non fosse che da quel momento in poi il visitatore è completamente abbandonato a se stesso. Non un cartello, non un’indicazione, non una freccia. Apriamo i finestrini per sentire da che direzione proviene la musica in lontananza, l’unico indizio che abbiamo, e il tanfo della zona industriale invade l’abitacolo. Proseguiamo e troviamo un posto. Le macchine sono tantissime, evidentemente sono tutti entrati prima delle 21, termine entro il quale l’ingresso era gratuito. Scendiamo e cominciamo a cercare la strada (seguendo sempre quel nostro unico indizio), ma un fosso con acqua stagnante e maleodorante ci blocca la via. Qualcuno dall’interno di una fabbrica ci grida di proseguire nella direzione opposta fino a che non troviamo un piccolo ponte. Incontriamo altri gruppetti sparuti di gente in cerca dell’ingresso, si uniscono a noi e ben presto siamo una quarantina di persone, tutti insieme a vagare tra le fabbriche e i capannoni, ironizzando sulla situazione. Uno di noi individua una stradina secondaria che porta al di là del fosso, lo seguiamo per un sentiero al buio (con il forte sospetto che a questo punto di tratti di un’imboscata…), un ratto ci attraversa la strada davanti, ma impavidi proseguiamo. A questo punto siamo su un rettilineo asfaltato lungo e dritto, ora basta seguire le luci laggiù in fondo, dieci minuti di cammino e ci siamo. Italia Wave Love Festival. Odio doverlo dire, ma il confronto con eventi dello stesso genere all’estero è impietoso. Sorvoliamo su altri dettagli di “colore” e passiamo alla musica. Quando arriviamo Mika sta salendo sul palco. Pantaloni elasticizzati verde pisello, magliettina bianca aderente e bretelline, comincia subito a saltellare qua e là lanciando urli striduli a volumi improponibili, e parte la prima canzone. Il genere è una sorta di disco dance anni 70 un po’ più rock, una chitarra alla Brian May e in generale forti richiami a qualcosa che si vorrebbe avvicinare ai Queen. Canzoni vivaci e ballabili strizzano più di un occhiolino agli Scissors Sisters, senza però avere il corredo coreografico ed eccentrico proprio del gruppo di New York. Tra pezzi dell’album, qualche cover (tra cui una Sweet Dreams degli Eurythmics molto ritmata e urlata) e un lento stile Elton John, Mika tra un urletto e l’altro intrattiene e probabilmente anche diverte il pubblico con un’oretta di musica allegra, che raggiunge l’apoteosi prevedibilmente con il singolo Grace Kelly, passatissimo dalle radio e dalle tv musicali, vero tormentone di questi ultimi mesi. E’ passata la mezzanotte quando finalmente sul palco arrivano i Kaiser Chiefs e partono alla grande con Everyday I Love You Less And Less, uno dei tanti singoli del loro fortunato album d’esordio Employment. Questo non è il loro pubblico, è chiaro fin dal primo momento. Certo, c’è lo zoccolo duro, un buon numero di fans fedeli che conoscono ogni nota e ogni parola e che partecipano con entusiasmo, coinvolti al massimo. Ma sono tanti i curiosi che passano di lì per caso, sono tanti quelli che conoscono solo i pezzi più famosi, e sentiamo addirittura qualcuno tra la folla che domanda al vicino chi siano mai questi Kaiser Chiefs e che genere facciano. Del resto è normale che questo succeda nei concerti gratuiti, che sono un’ottima vetrina per farsi conoscere ed eventualmente reclutare fans, ma sicuramente chi ha avuto la fortuna di assistere ad uno spettacolo di questo gruppo di Leeds in una serata a loro dedicata o in Inghilterra avrà inevitabilmente notato la differenza nel coinvolgimento del pubblico, che risponde sempre in modo molto acceso e vivace creando una complicità spontanea e un rapporto affettivo immediato con questa band, britannica fino al midollo, dai suoni alle melodie, dagli accordi al look e all’atteggiamento, e perfino nel sense of humour, componente fondamentale del loro stile e modo di essere. Ma nonostante a Firenze si siano trovati di fronte una partecipazione insolitamente dispersiva e discontinua, i Kaiser non si sono affatto risparmiati e hanno messo in scena un ottimo show, energico e divertente, scatenandosi fino all’ultima goccia di sudore nella notte torrida fiorentina. Il cantante Ricky Wilson, in particolare, ha fatto il pazzo come al solito, ha saltato ovunque, ha cantato abbracciato alle prime file, si è arrampicato in cima all’impalcatura del palco sul finire di I Predict A Riot, e durante l’inedita Take My Temperature ha scavalcato la transenna, è corso fino allo stand Tuborg più vicino, si è spinato una birra ed è tornato sul palco col bicchiere in mano in tempo per riprendere il ritornello. Una dopo l’altra le canzoni scorrono via velocemente, alternandosi tra primo e secondo album, dai più recenti singoli Everything Is Average Nowadays e Ruby, ai vecchi successi come Oh My God, Modern Way, Na Na Na Na Naa, Born To Be A Dancer, ai brani più trascinanti di Yours Truly, Angry Mob, come Heat Dies Down, Retirement, The Angry Mob, My Kind Of Guy. Il tutto gestito con una grande padronanza di scena, tanto divertimento e tutta la simpatia che contraddistingue i Kaiser, condita dal carisma di Ricky. Una band brillante, spensierata ed energica, insomma, ma allo stesso tempo molto compatta e competente, che riesce anche a soddisfare l’orecchio tecnico, mantenendosi sempre su alti livelli di professionalità e precisione. Bravi e divertenti. Speriamo che tornino ancora in Italia, nonostante tutto.
Articolo del
21/07/2007 -
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