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Trentanove gradi anche se il sole è già andato giù da un pezzo. Cinque euro per un panino plastificato. Ma... Quattro mani e quattro occhi per descrivere una serata magica di musica. E quattro gambe che hanno saltato dall’inizio alla fine, nonostante il viaggio, l’estenuante attesa, il caldo e la ressa. Quando prendiamo posto sulle gradinate ci guardiamo in faccia, soddisfatte di essere di nuovo lì ad aspettare l’uscita dei Muse, nella speranza che la notte incredibile vissuta al Forum di Assago si possa ripetere. E loro sono sempre grandi nel non tradire le attese. Soliti abbigliamenti improponibili (pigiama bianco e nero per Matt, pantaloni verde fosforescente per Dom), milioni di punti guadagnati quando Matt fa presente alla security che non si possono tenere i fans dei Muse seduti ed ordinati, in fila come soldatini, solo perchè al posto del solito prato ci sono le poltrone rosse dell’Arena: ovazione per il cantante e finalmente tutti liberi, in piedi, a saltare. Frontman molto carico, accaldatissimo, sudatissimo, ma senza risparmio, una scenografia stupenda che gli si adatta perfettamente, anche se con un palco meno imponente rispetto ad Assago: unica pecca, nonostante un’acustica buona, il volume troppo basso. Forse i venti secoli di storia dell’Arena non potevano reggere ai decibel di questa band inglese che quando suona sa benissimo quello che fa e manda in visibilio il pubblico sold out scatenato. Proprio per via di quello sfondo così carico di antico, i Muse eseguono molti brani con Bellamy al pianoforte: un pianoforte struggente, con momenti intensi alla “Rachmaninoff”, da lasciare col fiato sospeso nei suoni emozionanti, prime su tutte le note di Sunburn e poi Feeling Good, Butterflies & Hurricanes e Hoodoo. E nel mezzo le classiche scariche di adrenalina: Time Is Running Out fa esplodere l’Arena, Plug In Baby elettrizza l’atmosfera, una cover degli Shadows (band preferita dal padre di Matt, song Man of Mystery) tutta strumentale scatena il balletto dalla gradinata non numerata alla platea. Qualche sorpresa nella scaletta come una raramente ascoltata dal vivo Unintended e poi naturalmente, dopo le note romantiche di Invincible, quella meraviglia che è Starlight, per una volta suonata così senza presentazioni e cantata da ogni singola voce dell’Arena (“perché quando attaccano le note di Starlight la voce ti esce da sola e ti esce dal cuore”, Ilaria n.d.r.): da brividi. Si chiude con Take A Bow, si corre fuori a tentare di vincere la disidratazione e solo dopo aver riacquisito le principali funzioni vitali ci si rende conto che quelle due ore di musica sono passate in un lampo e che questi Muse, questi incredibili Muse che da sconosciuti nel nostro Paese muovevano i primi passi nel sistema dieci anni fa, sono oggi forse il miglior prodotto della musica inglese. You will burn in hell burn in hell burn in hell for your siiiins. Per una serata così un paio d’ore all’inferno si spenderebbero senza rimpianti. In fondo, la temperatura era quella.
Articolo del
18/07/2007 -
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