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Satelliti, alieni, maxischermi, parabole, palloni giganti, ballerine circensi, fuochi e fiamme! Il trio del Devon questa volta ha davvero voluto fare le cose in grande... e c’è riuscito. Malgrado George Michael abbia soffiato loro l’occasione di essere i primi a calcare lo stadio di Wembley rinnovato e tirato a lucido, le due esibizioni di sabato 16 e domenica 17 giugno sono state qualcosa di diverso rispetto ad un normale concerto, erano ad un livello superiore.
Assisto alla prima data, quella di sabato. L’aria intorno a Wembley è elettrica, febbricitante, nessuno sa esattamente cosa aspettarsi. Davanti le porte dello stadio, sedie pieghevoli e sacchi a pelo testimoniano che alcuni fan hanno dormito lì la notte precedente per assicurarsi la prima fila. Camminando lungo gli spalti o in basso nel parterre (che era come “separato” in due aree distinte e non comunicanti) l’impressione è quella di trovarsi a Babele un istante dopo il crollo della torre: l’inglese non è certo l’unica lingua parlata; riesco a distinguere chiaramente l’italiano, il francese, lo spagnolo...sembra che alcuni siano venuti persino dall’Australia o dalla Malesia.
Le due serate, organizzate come un mini festival, prevedono l’inizio delle esibizioni intorno alle 16 del pomeriggio con tre diversi gruppi spalla per data; sabato è la volta del duo acustico Rodrigo y Gabriela, dei Dirty Pretty Things e di The Streets. Il giorno successivo invece: Shy Child, Biffy Clyro e My Chemical Romance. Rodrigo y Gabriela sono stati una vera rivelazione: chitarra acustica in mano, seduti su due semplici sedie, con un ritmo incalzante e un’abilità davvero notevole hanno ipnotizzato il pubblico impegnato a seguire sui maxischermi i velocissimi movimenti delle loro dita sulle corde. Indimenticabile resta la cover in stile flamenco di “Stairway To Heaven” dei Led Zeppelin, “...bellissima! Se ci fosse mio padre!” sento dire in italiano da qualcuno vicino a me. Un dj intrattiene la folla nei cambi di strumentazione tra un gruppo e l’altro. Durante l’intera serata il pubblico sarà sempre al centro dell’evento, non sarà mai lasciato solo ad annoiarsi nell’attesa. Salgono i Dirty Pretty Things ma deludono molto, con un set per nulla carico e poco esaltante anche sul piano esecutivo. The Streets (cosa c’entra il rap coi Muse?) non viene accolto nel migliore dei modi: qualcuno lo fischia, qualcun altro esce, molti restano indifferenti. Bastano però pochi minuti perché la situazione si ribalti: lui e la sua band saltano da una parte all’altra del palco, chiacchierano con le prime file, fanno ballare a tempo l’intero stadio che divertito collabora e si lascia andare soprattutto sull’ironica “When You Wasn’t Famous”. The Streets si dispiace per gli acquazzoni che hanno colto il pubblico nelle estenuanti ora d’attesa e promette loro che per il resto della serata non pioverà più. La promessa è stata quasi mantenuta, infatti nelle ore successive dal cielo cadrà solo qualche innocua goccia di cui il pubblico non si preoccuperà minimamente.
Il sole inizia a calare, il palco viene faticosamente asciugato con asciugamani e scopettoni finché non è tutto pronto, la musica si ferma e si spengono le luci. Da una pedana in mezzo alla folla emergono Matthew Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme in una cascata di glitter. Raggiungono in palco tra le grida della folla e attaccano con la loro epica “Knights Of Cydonia”. Il palco finalmente si palesa in tutta la sua grandiosità con maxischermi immensi che mostrano le immagini più disparate creando spesso degli effetti spiazzanti. Le enormi parabole si illuminano, si innalzano e ruotano, luci al neon si riflettono sulla batteria trasparente e sul coperchio del piano. I tre sono emozionati, un po’ tesi, ma non si lasciano sopraffare e anzi dominano lo stadio che ormai è pieno fino alla gradinate più alte. “Hysteria” e “Supermassive Black Hole” scatenano la folla e Wembley che trema sotto questa energia. Matthew e Chris si alternano da un lato all’altro del palco, raggiungono le pedane esterne e si avvicinano al pubblico. Sono carichi e proiettano la loro energia fino ai blocchi più distanti. Degli enormi palloni posti sulle gradinate dove non siede la gente si illuminano di rosso, di verde, di blu… Musica ed immagini si completano e si rafforzano a vicenda, il connubio è praticamente perfetto. “Map Of The Problematique”, “City Of Delusion” e “Butterflies And Hurricanes”, la voce di Bellamy vibra potente e lui sembra soffrire per ogni frase che pronuncia. “Citizen Erased” manda la folla in visibilio. I primi “caduti” vengono portati a braccio dallo staff security che avrà il suo bel da fare ma saprà gestire bene la situazione. Seguono la delicata “Hodoo” e “Feeling Good”, Matthew al piano si lancia dei coriandoli mentre sugli schermi si scatena una tempesta di fiori. Resta al piano e suona il pezzo che apriva il loro primo album : “Sunburn”. Con le dita scorre rapido i tasti bianchi e neri, i maxischermi lo inquadrano, il pubblico canta ed esulta. L’amore trionfa con “Invincibile” e “Starlight” ma non c’è tempo per commuoversi, il riff di “Man Of Mistery” non permette a nessuno di restare fermo. Chris sorriderà alle prime file e li schizzerà con un po’di birra, molto in stile gran premio. Morgan Nicholls nel suo ruolo di uomo ombra, di quarto membro silenzioso dei Muse che appare e scompare laddove servono altre due mani per suonare tutti gli strumenti di qualche canzone, quasi non si distingue nel marasma di quel palco immenso ma fa davvero bene il suo lavoro. Tocca a “Time Is Running Out”, la folla salta e canta all’unisono con le braccia alzate, il palco tra laser e scintille sembra sempre più il set di un film di fantascienza. I cameraman (le due date saranno raccolte in un dvd) fanno fatica a stare dietro a Matthew e Chris che continuano a spostarsi per l’intero palco. Dopo “New Born” i Muse ringraziano e se ne vanno per qualche istante. Ritornano con “Soldiers Poem” e lo stadio nella semi-oscurità viene illuminato da migliaia di telefonini, come fosse un cielo stellato. Seguono “Unintended” e “Black Out” e qui lo spettacolo raggiunge il massimo della meraviglia: da dietro il palco si sollevano due degli enormi palloni bianchi e appese ad essi ci sono due acrobate vestite di bianco. Il pubblico è incredulo. Le due creature fluttuanti sorvolano le teste degli spettatori con gesti delicati ed aggraziati, lanciando coriandoli. Un momento veramente suggestivo ed artistico, qualcosa che riempie gli occhi. Eccessivamente barocco? Assolutamente no. A risvegliare il pubblico ancora incantato ci pensa l’intro di “Plug In Baby”, emblema del lato violento, fisico dei live dei Muse. Dopo quello che si può definire il climax del concerto, di nuovo i tre lasciano il palco ma solo per un breve istante. Tornano infatti con “Micro Cuts”, canzone nella quale Bellamy spinge la voce oltre i suoi stessi limiti con degli acuti in falsetto che fanno venire la pelle d’oca. Segue una delle canzoni più amate dai fan: “Stockholm Syndrome” e su “Take A Bow” davvero i Muse fanno un inchino e salutano il loro pubblico...non prima però di averli meravigliati ancora una volta con un muro di fuoco che svetta alto dal palco sul finale del pezzo. Il calore arriva fin sugli spalti, le luci si accendono e la folla si dispera. Le oltre due ore di concerto sono davvero terminate. I più fortunati (o i più spendaccioni?) avranno la possibilità di rivederli (in una veste molto più rilassata) il giorno seguente; la scaletta sarà in parte modificata, al posto di altre quattro canzoni verranno proposte “Forced In”, “Sing For Absolution”, “Apocalypse Please” e “Bliss”. Il riff di “Man Of Mistery” varrà sostituito da una blues jam. Il bilancio di quest’esperienza a Wembley non può che essere pienamente positiva per i Muse. La qualità artistica dell’esibizione è indubbia, musica e spettacolo si sono fusi senza che una cosa prevalesse sull’altra; unica pecca è probabilmente la scaletta che ha puntato molto sui singoli più conosciuti e non ha considerato minimamente ad esempio nessuna b-side. In ogni caso i Muse si sono dimostrati assolutamente all’altezza dell’evento, confermandosi una delle realtà musicali più potenti e valide dei nostri giorni. Una band che è già entrata nella storia.
Articolo del
26/06/2007 -
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