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Sondre Lerche
Sondre Lerche live @ la Casa 139 - Milano, 1 giugno 2007
Milano
01/06/2007
di
Mauro D'Alonzo
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All’epoca dell’esordio ci si chiese fin dove volesse arrivare quel ragazzino dalla faccia assonnata che dal salotto di casa ci guardava imbracciando una chitarra. Certo lo sguardo non prometteva niente di buono. Sembrava uno di quegli adolescenti che non ne vogliono sapere di mettere la testa a posto e passano le giornate strimpellando la chitarra e ammirando i poster dei loro idoli appesi alle pareti. Non c’è voluto molto tempo a Sondre Lerche per dimostrare tutto il suo valore. “Faces Down” aveva già fatto drizzare le antenne a molti addetti ai lavori che in quei dodici brani avevano colto un’inusitata capacità di spremere a dovere i frutti di almeno un trentennio di easy listening colto. Sondre è cresciuto in fretta. I semi piantati in “Faces Down” sono meravigliosamente germogliati e hanno dato vita ad un piccolo capolavoro come “Two Way Monologue”. Il giovinastro è diventato uomo. Ha impalmato l’attrice Mona Fastvold, apparsa nel video di “Days That Are Over”, e qualche tempo fa Elvis Costello gli ha concesso l’onore di aprire i suoi concerti. La Casa 139 si è ritrovata quindi di fronte un artista maturo, consapevole dei propri mezzi e desideroso di dimostrare che la sua arte compositiva non è un semplice calco in carta carbone, ma autentica folgorazione. Il norvegese è diventato un rocker di razza. Che gioca un po’ a fare la primadonna, facendosi attendere un’ora e mezza prima entrare in scena. E che, con un pizzico di incoscienza, rinuncia ad una scaletta predefinita sciorinando via via i brani senza soluzione di continuità. Con una partenza fulminante, “Airport Taxi Reception”, che ha subito pizzicato le corde giuste. Perché è stato scelto come apertura alla maniera in cui inaugura l’ultima fatica “Phantom Punch”, mettendo subito in chiaro che l’esperienza a fianco di Spike non è stata solo un’utile passerella, ma pure l’occasione per scoprire le ruvidezze del guitar pop. Che ha portato Sondre a rinunciare a talune atmosfere soffici e ad archiviare velocemente la parentesi in chiave lounge-jazz di “Duper Sessions”. Il nuovo timbro prevale anche in quei brani che si erano maggiormente connotati in chiave armonica: “Dead Passengers” ha smarrito l’incipit che aveva immediatamente rimandato alle prime note suadenti di “Rikki Don’t Lose That Number” degli Steely Dan e “Track You Down” non è più una docile altalena, ma uno scivolo ripidissimo. E altri episodi baciati dal balsamo della melodia sono stati del tutto ignorati: non pervenuti “Day That Are Over” e “Virtue And Wine”, con i loro omaggi a Burt Bacharach, e nessuna traccia della cover dell’indimenticabile “Nightingales” dei Prefab Sprout. Dal vivo Sondre Lerche è istintivo ed essenziale. Non gli interessano i modi del crooner e rimane alla larga da soluzioni forzate e ridondanti. Il pubblico italiano è sembrato non volere altro. La sintonia si è immediatamente stabilita poiché nelle battute iniziali ha trovato spazio “The Curse Of Being In Love” che, come ricordato dallo stesso Lerche prima di attaccare il pezzo, è stata scritta durante un soggiorno nel nostro paese. E la platea non si è fatta pregare quando, in assenza di Leslie Ahern, è stata invitata a ricostituire il duetto di quel gioiello melodico rappresentato da “Mother Nature”. Un’ovazione, infine, è scattata in concomitanza dei due bis, che coincidono con i due titoli più conosciuti del suo repertorio: “Sleep On Needles”, finita nella compilation del Festivalbar, e “Two Way Monologue”, cui giovò la divertente clip. Non è mancato nulla alla tappa milanese di Sondre Lerche. La classe è inconfutabile, se è vero che la sua scrittura non denota alcun complesso d’inferiorità e non può essere accusata di appiattirsi sul semplice esercizio di citazionismo. La presenza scenica è avvincente, come il tripudio di applausi ha ampiamente certificato. E al successo della serata ha contribuito una sana iniezione di improvvisazione e di estemporaneità. Le sorprese non finiscono qui. Al termine del concerto Sondre ci ha confessato di essere al lavoro su dei temi che finiranno in una colonna sonora. I suoi orizzonti perciò si moltiplicano. Quand’era piccolo sul suo walkman suonavano gli A-Ha. Diventando grande si è innamorato della british invasion e di Cole Porter. La sua creatività è destinata a riservarci altri colpi sensazionali. Insomma, Sondre Lerche gli esami di maturità li ha superati e a questo punto gli resta un piccolo gradino da salire prima di poter gridare al miracolo.
Articolo del
07/06/2007 -
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