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Incredibile ma vero: in Italia può ancora accadere che un concerto dei Muse non sia sold out già settimane prima dell’evento. Se a dicembre 2006 Bologna si poteva giustificare con le due date di Roma e Milano, tra le quali si inseriva a pochissimi giorni di distanza, la data dello scorso 30 maggio a piazzale Michelangelo (Firenze) è risultata inspiegabilmente semi-deserta. Forse però è stato un bene... per tutti. L’organizzazione dell’evento ed il luogo prescelto non sono risultati infatti all’altezza della situazione: il palco era troppo alto e lo staff non ha tentato minimamente di sedare la foga di una parte del pubblico che sembrava aver scambiato il concerto per una partita di rugby. A farne le spese, ovviamente, sono state le prime file che non solo hanno dovuto tenere la testa in alto per tutto il concerto ma sono anche state più volte schiacciate all’inverosimile contro le transenne. Sul campo sono rimasti cellulari, macchine digitali, occhiali, chiavi... e anche svariati piedi e costole non ne sono usciti incolumi. In compenso, bastava allontanarsi dalla calca centrale per avere una prospettiva molto più nitida dell’intero palco anche se l’acustica ne risentiva parecchio. Chi ha resistito e non ha abbandonato la postazione ha comunque assistito da vicino ad uno spettacolo di grande fascino, com’è sempre prerogativa del trio del Devon. Ad aprire la serata, intorno alle 20:30 sul palco sono saliti i Juliette And The Licks. La Lewis, attrice che si è reinventata cantante, ha trascinato già dalle prime note gran parte del pubblico che si è goduto un set carico e pieno di vitalità. Il ruolo di frontwoman sembra infatti calzarle a pennello, soprattutto dal punto di vista più folle e scenografico: trucco fucsia sotto gli occhi, piume viola in testa e pantaloni rosso acceso, Juliette sul palco non si risparmia e anzi si dimena, salta, si getta a terra, fa roteare i lunghi capelli diffondendo quasi con un’esplosione la sua carica in tutto il piazzale. Snocciolano il loro repertorio senza sbavature e qualcuno tra il pubblico dimostra di conoscere bene i pezzi. A fine esibizione quasi si scusano per avere tenuto separati i fan per altro tempo dai loro idoli e scendono dal palco acclamando i Muse. Un plotone di tecnici assale il palco per prepararlo mentre la folla attende sempre più impazientemente e già inizia a spintonare. Faranno capolino da varie angolazioni del piazzale delle bizzarre parrucche fucsia che si scopriranno poi essere il segno di riconoscimento dei membri del forum italiano Musemuseum.it. Un colpo d’occhio certamente non indifferente e assolutamente ilare. Finalmente scatta il momento del buio silenzioso; salgono sul palco e la folla non fa neanche in tempo ad urlare che già esplodono le prime note di Knights Of Cydonia; hanno scelto di partire con irruenza. Mentre Matthew Bellamy in un completo rosso fuoco inizia a straziare la sua chitarra, i giocatori di rugby mascherati da fan riescono subito a dare il loro peggio trascinando gran parte del pubblico in una sorta di maremoto umano che costringerà i più deboli (o semplicemente i meno incoscienti) a retrocedere di diversi metri. Fa un effetto stranamente ironico leggere sui maxi schermi la frase : “…no-one’s gonna take me alive…” mentre una buona parte del pubblico lotta per mantenere i piedi a terra o cerca di sgusciare fuori dalla bolgia. Dopo la botta di Knights Of Cydonia i Muse vanno giù ancora più duro con Hysteria a cui fanno seguire Supermassive Black Hole che trascina la folla nella pura esaltazione. Chris Wolstenholme scuote avanti e indietro la testa con un ritmo quasi ipnotico, Dominic Howard da dentro quella struttura luminosa così simile ad una caffettiera gigante in cui è stata incastrata la batteria non perde un colpo mentre Matthew si contorce e si dilania, si eccita e si diverte, si infuria e si fa dolce ed indifeso come un bambino. I Muse danno tutto sul palco e coinvolgono in uno show che non permette a nessuno di restare immobile o distratto. Dopo Map Of The Problematique i Muse regalano una perla rara: Micro Cuts. Purtroppo qualcosa non funziona nella strumentazione di Bellamy e la canzone ne risentirà. Le prime file trattengono il fiato, la sicurezza raccatta un po’ di agonizzanti ma ormai più o meno tutti, come grandi esperti di Tetris, si sono ritagliati a suon di gomitate e spintoni una parvenza di spazio vitale. Se si osserva bene, si può notare un pochino nell’ombra “il quarto membro dei Muse”, Morgan Nicholls che compare laddove chitarra e piano suonano contemporaneamente; in molti tra i fan affermano che Bellamy sia talmente bravo da essere un dio... ma il dono dell’ubiquità ancora gli manca. Su Feeling Good, probabilmente una delle cover più belle nella storia della musica, Matthew delizia tutti con le sue doti di pianista. Il piano è in parte di plexiglas trasparente e i faretti colorati ci costruiscono sopra dei giochi di luci cangianti che a tratti ipnotizzano. Sul finale del pezzo lancerà dei coriandoli. Con Sunburn i fan di più vecchia data si tuffano in un mare di ricordi mentre Invincible fa felici tutte le coppiette presenti. Seguono Starlight, il riff di Man Of Mistery, Time Is Running Out e New Born. Le luci si spengono, i tre ringraziano e per qualche minuto spariscono. Ripartono con un pezzo delicato come Black Out su cui lanciano gli ormai famigerati mega-palloncini bianchi che esplodendo provocano una pioggia di striscioline di carta colorata, stavolta di colore bianco. Sul palco arriva una delle già nominate parrucche rosa, Matthew la lancia ridendo a Dominic e questo la indossa con grande naturalezza, provocando l’ilarità generale del pubblico fin troppo commosso dal testo di Black Out. Dopo è la volta di Plug In Baby che riaccende gli animi di tutti con quel possente intro di chitarra ormai assolutamente inconfondibile. Segue Stockholm Sindrome e con questa... il concerto si chiude! Matthew saluta, al microfono si aggiunge Dominic e i tre scompaiono definitivamente. Un po’ di insoddisfazione aleggia tra il pubblico per un’esibizione che effettivamente non è durata neanche un’ora e mezza. La sensazione che rimane addosso è quella di un concerto a metà, rovinato da un nutrito gruppo di incivili che ha saputo distruggere l’atmosfera in svariati momenti e troppo breve per lasciare pienamente appagati occhi, orecchie e muscoli. Una scelta inspiegabile quella di suonare così poco, una scelta deludente. Ed è un vero peccato se si considera che sul palco i Muse non si sono minimamente risparmiati e anzi hanno regalato un set folgorante.
Articolo del
05/06/2007 -
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