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Il concerto degli Shellac era stato più volte annunciato all’Init, senza mai però ricevere una conferma a causa del persistente ritardo delle autorizzazioni necessarie a restituire agibilità al locale. A pochi giorni dalla data prevista quindi, si rischiava di non poter vedere dal vivo lo show di una delle band più importanti di tutta la scena post punk americana, e l’idea di aggiungerli alla programmazione del Circolo è stata salutata da boati di grande approvazione da tutti gli scellerati punkrockers di Roma e dintorni. Sì perché è molto difficile anzi, davvero raro, essere testimoni di una live performance degli Shellac, noti per il loro anticonformismo, per il loro integralismo punk assolutista e ribelle, che li porta verso un rifiuto totale del binomio disco-tour promozionale ed altre amenità del genere. E allora ben vengano i due live acts separati, prima gli Shellac poi Sondre Lerche, ma nessuno di supporto all’altro (ci mancherebbe! aggiungo io), va bene anche per due tipi di audience completamente diversi fra loro, con due biglietti di ingresso differenti, tutto o.k., a patto che Steve Albini, chitarra elettrica e voce, Todd Trainer, batteria, entrambi di Chicago, Illinois e Bob Weston, al basso elettrico, da Boston, in arte gli Shellac, uniti da 25 anni di collaborazione informale ma redditizia, diano inizio alle danze! E si scatena l’Inferno, quello vero, fatto di sonorità laceranti però minimali, che bandiscono ogni richiamo armonico, che mettono in primo piano il malessere e l’urgenza espressiva, che ricorrono ad intervalli di tempo molto insoliti e originali, che riversano sul pubblico pause cariche di tensione sulle quali ricadono pesantemente riff di chitarra metallici e stridenti, interventi volutamente ossessivi e ripetitivi effettuati con virulenza e folle lucidità da un sorprendente e geniale Steve Albini, forse più noto come produttore, come ingegnere del suono, con i Nirvana di Kurt Cobain, con P.J. Harvey e recentemente anche con gli Stooges di Iggy Pop! Si presenta ben educato e dimesso, occhialetti e capelli corti, neanche fosse un impiegato delle Poste, ma quelle sembianze da ordinary man nascondono una vita interiore carica di sferzate metalliche e di un frastuono iconoclasta che viene poi ben supportato dalle liriche surreali e sarcastiche di brani come “Watch Song”,” The End Of Radio”, “Repeat The Lie” e “Hang On”, canzoni rigorosamente irrispettose di qualsiasi struttura armonica, alcune delle quali mai registrate su disco. Todd Trainer, il batterista, in realtà lavora in uno studio fotografico di Minneapolis, ma lui come d’altronde anche Steve Albini, riserva alla dimensione Shellac una pausa dalla quotidianità e insieme l’espressione di tutte quelle pulsioni istintuali e selvagge che albergano nel suo cuore. E vederlo picchiare ferocemente su quei tamburi, perfettamente in linea con lo strofinamento violento delle chitarre, è un momento altamente liberatorio Gli arrangiamenti decisamente “non melodici” del duo Albini-Weston (anche Bob Weston è un noto produttore discografico) e l’aggressività sia sonora che verbale dei singoli brani, sono una caratteristica di tutti i lavori degli Shellac, dall’album d’esordio del 1982 ad un disco fondamentale come “1000 Hurts” del 2000, per non parlare poi dell’atteso “Excellent Italian Greyhound”, inciso per la Touch And Go, un album nuovissimo che presto verrà distribuito anche in Italia. Il finale è incandescente: il drum set del povero Trainer è percosso a sei mani, la ritmica diventa serrata, ha un qualcosa di tribale, che lascia ben poco spazio alla sezione vocale e - quando questo succede - i vocalizzi di Steve Albini hanno un qualcosa di fastidioso, volutamente provocatorio e gracchiante, quasi come se l’intera forma canzone fosse messa in discussione per far posto ad un qualcosa di illogico, di irrazionale, ma totalmente vero sul piano delle emozioni. Il pubblico è coinvolto all’inverosimile e non vuole lasciare spazio al cantautore norvegese in programma. E’ lo stesso Albini che invita tutti alla calma, ricorda come e quanto si siano dati da fare gli organizzatori del concerto e i gestori del Circolo per ovviare ai problemi, e tutto si ricompone. Poco dopo la mezzanotte infatti, non appena viene allestito il nuovo palco, arriva il momento del concerto di Sondre Lerche, giovane artista norvegese in rampa di lancio, che ha avuto un discreto successo nel 2002 con “Faces Down”, il suo primo album, e che si è confermato poi nel 2004 con il successivo “Two Way Monologue”, un disco indie-pop di ottima fattura. In attesa di pubblicare un suo nuovo lavoro, Sondre ritorna a Roma, dove già si era esibito in assolo prettamente acustico. Questa volta è insieme alla sua band, il suo live act assume una valenza diversa e prende ben presto la forma di un condensato di pop music raffinata e brillante. Su brani come “Days That Are Over”, “Stupid Memory” e la contagiosa “It’s Too Late” mette in luce le sue qualità di interprete capace di passare con molta disinvoltura da uno stile confidenziale, melodico ed intimista, ad un qualcosa di decisamente più funky e gradevolmente dance. Sondre ha aperto in diverse occasioni il tour europeo di Elvis Costello, al quale assomiglia non poco, e ha ereditato molto dai nuovi gruppi del recente “guitar oriented british pop”, ma è riuscito ad emergere grazie ad un talento naturale davvero disarmante, se si pensa che ha solo 21 anni di età! Da piccolo era un fan degli A-ha , ma al tempo stesso ascoltava dal padre i dischi dei Beatles di Paul Mc Cartney e dei Beach Boys di Brian Wilson, modelli di songwriters gradevoli, ispirati e sognanti a cui il biondo, gracile norvegese dagli occhi blù spesso si ispira. Molto belle anche le esecuzioni di “Two Way Monologue”, un brano molto radiofonico (non a caso il suo singolo di maggiore successo), “Things You Call Fate” e ”Dead Passengers”, quest’ultima molto simile nello stile a certe piano ballads firmate Burt Bacharach. Il pubblico, a dire il vero molto diverso da quello degli Shellac, sembra gradire rafforzando la convinzione e la certezza nei suoi mezzi di un ragazzo in forte ascesa che sembra puntare in alto nell’universo della musica pop.
(la foto di Steve Albini in concerto al Circolo degli Artisti è dello stesso autore dell'articolo Giancarlo De Chirico)
Articolo del
04/06/2007 -
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