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La conoscevamo per le sue collaborazioni con Lou Reed, con Antony & The Johnsons e poi con Rufus Wainwright, avevamo ascoltato “Real Life”, il suo primo album solo, e sapevamo che era brava, ma l’emozione che provoca un concerto dal vivo di Joan As Police Woman, nome d’arte di Joan Wasser, giovane donna americana e musicista di grande talento, ha un qualcosa di talmente profondo che risulta poco adatta ad essere raccontata. Joan si presenta sul palco accompagnata da Rainy al basso e da Ben alla batteria, mentre lei si alterna alla chitarra, al piano e naturalmente alla voce. A partire dalle prime note, belle e sofferte, di “To Be Lonely With” una canzone d’amore che lascia il segno, ci accorgiamo che Joan incontra delle difficoltà nel cantare: ha un terribile mal di gola misto a tosse stizzosa, ma lei tiene duro e combatte, attraverso caramelle balsamiche bianche, che ingurgita in continuazione, facendo finta che sia cocaina, e la cosa suscita più di un divertito commento. “Flushed Chest” è una ballata morbidamente reggata, mentre “The Ride” è un’altra stupenda love song, Joan confessa di essere innamorata e ci rivela come tutto appaia diverso osservato attraverso la luce di un amore vero. Sorprende la naturalezza e la bravura di questa giovane crooner americana, una ex session woman che, dopo un inizio indie punk con i Dambuilders prima, i Black Beetle e i Those Bastard Souls poi, è maturata musicalmente accanto ad Antony & The Jonsons e poi con Rufus Wainwright e ha nutrito le sue canzoni di una miscela di musica jazz e di soul che hanno dato nuovo respiro all’approccio punk degli esordi. Certo, tutto questo resta difficile da definire senza ascoltare la performance di Joan dal vivo, ora trasognata e romantica, fragile e sognante, ora dinamica, nervosa e sferzante, bravissima nel dosare il timbro roco della sua voce con delle armonie melodiche che mirano diritto al cielo. Joan definisce la sua musica come “vento che soffia nella foresta”, ha scoperto che la vera sovversione, la vera rivolta non è la rabbia, ma l’espressione autentica dei propri sentimenti, saper lasciarsi andare, fuori dalle etichette, dalle mode e da qualsiasi contesto. E’ cresciuta ascoltando Nina Simone e Iggy Pop, gli Smiths e Siouxsie, adora Roma, vuole tornare ancora, quando magari è più in forma, ma non si concede pause, esegue “I Defy”, il brano che sul disco è interpretato a due voci con Antony, e il pubblico, sempre più numeroso, applaude estasiato e convinto. E’ il momento di “Eternal Flame” e di “Christobel”, rispettivamente il secondo ed il terzo singolo tratti dall’album, e il concerto finalmente decolla con Joan che fraternizza con il pubblico e regala sorrisi ed emozioni. Quando poi esegue “Real Life”, il primo singolo, a sorpresa c’è Alex Infascelli, il noto regista, sul palco che la riprende “live” a distanza ravvicinata, con Joan che non nasconde un certo imbarazzo, ma che poi supera tutto e si lascia trasportare dalle note della sua canzone. “Happiness Is A Violator” è un nuovo brano, molto bello, dedicato a Condoleeza Rice che durante una conferenza stampa sulla guerra in Iraq ha dichiarato che “non aveva altra scelta”. Sul finire Joan affida ad un brano acido e carico di distorsioni come “Endless Supply Of Poison” l’espressione di tutto il suo substrato punk, e saluta il pubblico sulle note cadenzate e pesanti di “We Don’t Own It”, una ballata da brivido, forte, delicata e struggente, proprio come lei che, malgrado condizioni di salute non ottimali, si concede ancora al pubblico in sala, firma autografi, scambia abbracci e sorrisi, non assume mai quegli atteggiamenti spocchiosi da “star”, proprio lei, l’unica e sola a poterselo permettere!
Articolo del
24/04/2007 -
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