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Si può passare, nel volgere di pochi mesi, da un deprimente anonimato ad una notorietà planetaria? Si può, grazie alle magie di Internet, passare dall’essere riconosciuto solo dal salumiere sotto casa a mietere applausi, in eguale misura, sia in Europa che negli Stati Uniti? La risposta non può che essere affermativa se a cercare di imporsi è il carattere coriaceo di un ventitreenne nato a Beirut, in piena guerra civile, e approdato a Londra dopo aver toccato le rive della Senna. Nel lungo cammino che l’altra sera lo ha portato a gremire all’inverosimile l’Alcatraz - neanche gli Scissor Sisters, la scorsa settimana, sono riusciti a fare tanto – qualcuno ha provato a dissuaderlo. Come l’illuminato talent scout della Rca che, ascoltato un provino di Mika, gli rispose candidamente che di uno come lui non sapeva francamente che farsene. È toccato a Myspace, allora, fare da cassa di risonanza alle ambizioni del ragazzo dalla faccia radiosa (una via di mezzo tra un Beck meno svampito e un Tim Burton meno avvizzito): non appena il suo link è stato attivato, è stata registrata la cifra mozzafiato di un milione di contatti. Da lì un martellamento mediatico incessante e la pubblicazione del primo disco. Anche l’Italia si è accorta di lui, dapprima invitandolo alla kermesse sanremese, poi riservandogli i piani alti delle classifiche. Benché rinfrancato dal successo, Mika non ha smarrito lo spirito dei magri esordi. Le prime copertine ed i soldi che, fortunatamente per lui, hanno cominciato a fluire non hanno scalfito la vera natura del suo temperamento. Che resta un misto di tenacia, brio e composta timidezza. La critica, come ne ha origliato gli splendidi acuti, lo ha paragonato a Freddie Mercury. Ma chi si aspettava che il nostro si sarebbe materializzato sul palco fendendolo ad ampie falcate come amava fare il compianto leader dei Queen, è rimasto deluso. Dopo l’apprezzata esibizione dei Mr Hudson & The Library, Mika, accompagnato da una valida band di quattro elementi, è apparso imbacuccato in una felpa marrone piena di paillettes e sulle prime ha stentato ad accendere la miccia della passione. Forse a causa dei pezzi iniziali, che non fanno proprio parte dell’argenteria di famiglia: “Relax (Take It Easy)”, incrocio tra Bee Gees e il motivo portante di “I Just Died In Your Arms Tonight” dei Cutting Crew, “Big Girl (You Are Beautiful)”, un po’ smidollata, e “My Interpretation”, in linea con i valori medi dei Take That, il che non è un grande onore. C’è voluta quella “Penny Lane” tascabile qual è “Billy Brown” per scuotere il pubblico, che si è sciolto in una lunga, e meritata, ovazione allorché sono risuonate le note di “Over My Shoulder”, eseguita in un clima quasi liturgico disturbato, purtroppo, dal noioso brusio della sala (nonostante che Mika, portandosi l’indice sulle labbra, avesse docilmente chiesto di far silenzio), e soprattutto della cover di “Everybody’s Talkin’”. Ha più volte ripetuto, Mika, di essere innamorato del registro da vaudeville di Harry Nilsson ed il fuggevole tributo rivoltogli è stato il gesto più coraggioso e sorprendente della serata. Esperto in rimandi e sincero nell’ammettere che nel suo fiume in piena affluiscono tanti torrenti, l’autore di “Life In Cartoon Motion” dispensa il suo sound variopinto ed evocativo con sincera ingenuità e con quel pizzico di glamour che ha ispirato dei paralleli con David Bowie. Del Duca Bianco ha un certo appeal androgino, certamente non l’ipnotico carisma così come agli Scissor Sisters, ai quali è parimenti paragonato, lo accomuna la propensione al pop ricco di increspature pianistiche ma non l’atteggiamento allusivo e sboccato, nel quale la band di New York è maestra. Mika sfreccia da una citazione all’altra senza prendersi troppo sul serio e sempre con un candore ed una gioia che lo fanno assomigliare ad un adolescente in un parco giochi. I suoi concerti sono delle feste rutilanti e contagiose. Come il ritmo di “Grace Kelly” (“La canzone che mi ha cambiato la vita”, ha sentenziato) e come il piccolo circo allestito in concomitanza dell’unico bis, “Lollipop”, interpretata dal gruppo bardato di costumi da animali: un coniglio, un elefante, un leone, un pappagallo ed uno scimpanzé (al signorino Penniman è toccato quest’ultimo). A Mika non si può negare di avere un talento invidiabile. La sua ugola è capace di performance spaventose: “Love Today”, che è riuscita nel miracolo di far viaggiare l’uno accanto all’altro Jimmy Sommerville ed Eminem, deve la propria forza perforante soprattutto al vocalizzo d’apertura e quando si ascolta la strofa “But You Only Want What Everybody Else Says You Should Want”, tratta dal primo singolo, il ricordo della prematura scomparsa di Freddie Mercury non lascia scampo. Indiscutibili sono anche la capacità di catturare la platea, al di là di qualche difficoltà di carburazione, ed il livello di affiatamento con i compagni di viaggio, tra i quali il chitarrista è qualcosa di più di un onesto strumentista. I problemi inizieranno tra un po’, quando i riflettori si spegneranno e per farli riaccendere Mika dovrà decidere cosa fare da grande, se continuare a comporre puzzle oppure assurgere ad una dimensione più cantautorale. Noi lo aspetteremo volentieri. E per il momento ne tessiamo le giuste lodi. Lunga vita a Mika. E a Myspace.
Articolo del
13/04/2007 -
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