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Un classico concerto di una band inglese. Un’oretta o pochissimo più di set, neanche un bis ed esecuzioni precise e quasi maniacalmente fedeli alle versioni da studio. Ma l’unica data italiana del tour degli Arctic Monkeys è stato un classico concerto di una band inglese di altissimo livello. Grande energia, ma allo stesso tempo anche notevoli virtuosismi favoriti da canzoni mai banali. Fatto questo che non deve assolutamente stupire, considerando che proprio l’accuratezza degli arrangiamenti, degli stacchi e dei finali, la varietà dei riff e i numerosi soli affidati non solo alle due chitarre, ma anche al basso e alla batteria, costituiscono le cifre stilistiche peculiari del gruppo rivelazione dello scorso anno. I 4 ragazzi di Sheffield hanno riproposto, sullo stesso palco che li aveva visti protagonisti nel maggio del 2006, quasi tutte le tracce del loro trionfale album d’esordio “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”: dal singolo “I Bet You Look Good On The Dancefloor” al crescendo di “From The Ritz To The Rubble”, dalla parentesi a tratti più raccolta di “When The Sun Goes Down” alla straripante energia di “The View From The Afternoon”. Ma in mezzo alle canzoni del primo album, tutte egualmente e straordinariamente accolte dal pubblico milanese, gli Arctic Monkeys hanno presentato anche alcune tracce mai sentite dal vivo in Italia, fra cui l’accattivante “Leave Before The Lights Come On” (non contenuta in nessuno dei due album della band) e 4 o 5 titoli tratti dal lavoro di prossima uscita “Favourite Worst Nightmare”. Queste ultime canzoni hanno evidenziato già alla loro prima presentazione ai fan tutti i tratti che caratterizzano lo stile della band: strutture mai banali, incipit essenziali e trascinanti, finali molto curati e soli subito coinvolgenti (come nel ritornello di “Brianstorm”, in cui tutta la band insegue e risponde, un po’ come gli Who di “My Generation”, alle evoluzioni del basso). Così, in un attimo e senza mai un calo di tono, il set è arrivato fino alla sua conclusione, dedicata come sempre alla semplicemente bellissima “A Certain Romance”, in cui prima la batteria di Matt Helders, poi la stratocaster di Alex Turner, poi il basso di Nick O’Malley ed infine la telecaster di Jamie Cook hanno la possibilità di esprimersi al meglio e guadagnare a turno le luci della ribalta. Ed è proprio questa forse la migliore qualità della musica degli Arctic Monkeys. Certo Alex Turner non avrà il carisma di Roger Waters o la capacità di improvvisazione di Pete Doherty. Ma sicuramente i pezzi che canta sono strutturati in maniera molto ricercata ed efficace e soprattutto sono portati sul palco da 4 musicisti, tutti egualmente importanti, che si integrano alla perfezione.
Articolo del
21/03/2007 -
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