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Allora onorevoli esponenti dell’unico gruppo che decide di regalare soldi. Volete spiegare al nostro pubblico perché prima elargite una moneta da 1 euro nella copertina dei vostri cd e poi Vi “lamentate” che i soldi sono finiti?
“I Soldi sono finiti” è la nenia da bar che da anni tanto gli ascoltatori quanto le case discografiche ripetono senza sosta. Se li hanno finiti loro, figuriamoci noi. Eppure, ci sbarazziamo di quei pochi che ci sono rimasti. Tenete: se la musica è in crisi perché non ci sono più soldi, ecco la vostra elemosina, ecco il vostro contentino. La verità è che i soldi – se li si guarda come fine e non come mezzo - sono tanti quando sono troppi e troppo pochi quando sono pochi: così l’industria musicale tutta li ha dilapidati per anni, e ora fatica ad adeguarsi al nuovo low-profile. Ma se far musica fosse un mestiere con più stipendi da comuni mortali e meno contratti stellari, neanche si parlerebbe di crisi. Il discorso vale in parte anche per gli ascoltatori: la favola del prezzo dei cd è un falso storico. Dieci anni fa un cd costava 30/33 milalire, oggi buona parte delle nuove uscite si aggira tra i 15 e i 17 euro: se l’inflazione non è un’opinione, non si capisce di cosa dovrebbero lamentarsi. Capisco e stimo molto di più chi pretende che la musica sia gratuita per principio, e passa le notti a “grabbare” gli album per rendergli disponibili a tutti. Quelli che non si sentono rappresentati da nessuna di queste due categorie sanno già come relazionarsi al nostro cd: dopo l’inevitabile seduzione della moneta, sorridono con approvazione, lo aprono e lo ascoltano, senza gettarsi su quel dannato euro come fosse il Graal.
Com’è nato questo progetto musicale?
Progetto è una parola inquietante, ricorda inesorabilmente gli unici contratti a cui un ragazzo della nostra età può aspirare: tre mesi insieme, altri tre mesi se tutto va bene e poi chi s’è visto s’è visto. I Ministri non sono un progetto perché non hanno una scadenza, non hanno un obiettivo reale, non hanno una ragione sociale, non hanno firmato contratti tra di loro, non hanno un capitale. Sono qualcosa che qualsiasi consiglio d’azienda taglierebbe dal bilancio. Tutti e tre abbiamo cominciato a suonare attorno ai 15 anni, come molti liceali in cerca d’autostima. abbiamo fatto prog, punk, metal, nu-metal, funky e pop, prima di arrivare alla formula ministrica. Eppure, se si dovesse trovare la causa prima del perché oggi abbiamo un disco nei negozi e altre band no, sarebbe più onesto parlare di testardaggine, di ferma volontà di continuare soprattutto quando non conviene ( e fare musica non conviene), piuttosto che di qualità. Speriamo certo di averla – la qualità - ma sappiamo che a molti altri non è bastata.
...e cosa ci dite della scelta del nome?
Molte band decidono il loro nome in base a questa domanda, in modo da poter rispondere con brillantezza e sagacia. Noi, il giorno che decidemmo il nome, che ancora non era “Ministri”, avevamo fumato troppo. Quando la possibilità di far uscire un disco nei negozi divenne reale, optammo per una semplificazione del nome originale, e diventammo appunto i Ministri, nome decisamente più sagace e brillante che infatti ha fatto scattare la domanda di rito. Il nome originale lo si scopre indagando su Google (Ministro del Tempo - ndr). Non ci sentiamo d’averlo tradito, anche perché era decisamente fuori luogo. Del resto, mica ci si sposa tutte le racchie con cui si finisce ubriachi alle feste...
Il booklet del vostro cd è un divertente business plan dei costi di produzione del disco. Come Vi è venuta l’idea?
Quando si fa un disco, esistono una serie di “cose che si devono fare” la cui ragion d’essere si è ormai persa nelle tenebre della consuetudine. Una di queste sono i ringraziamenti, bizzarro rito in cui la band elenca amici, familiari e divinità come se queste avessero avuto un reale peso nella realizzazione del disco. Ovviamente non lo si fa per ringraziare: lo si fa per coinvolgere, lo si fa per convincersi di avere tot persone che credono in te. Per rendere il giusto onore a chi aveva permesso il parto del disco avevamo già i credits, per rendere l’idea di quali e quanti sbattimenti stiano dietro anche al più piccolo degli album abbiamo deciso di inserire il business plan. Se lo si legge si capisce più che altro una cosa: la musica, per com’è organizzata in Italia oggi, non è un business. Se cercate un modo per far soldi, meglio guardare altrove.
Dentro al cd si legge anche che per tagliare i production cost avete fatto tanti sacrifici come suonare la mattina o la sera tardi per non pagare lo studio. Tra quali difficoltà ed in quanto tempo ha visto la luce il vostro lavoro?
Non penso che i Ministri abbiano fatto più o meno sacrifici di quelli che toccano a ogni band emergente. Sarebbe bello piuttosto vedere maggior rispetto nei confronti di questi sacrifici(dall’inginocchiarsi davanti ai conoscenti per piazzare un paio di biglietti, alle sale prova dove i microfoni fischiano e gli ampli tossiscono, alle batterie portate in cantina alle tre di notte dopo un concerto pagato tre birre chiare) da parte di tutta quella torma di localanti, falsi profeti organizzatori di concorsi fantasma, fonici e pierre vendibiglietti., che rende il mondo della musica emergente un luogo poco professionale e molto poco invitante per chiunque la sera vorrebbe ascoltare qualcosa di nuovo.
Cosa non vi influenza?
Nelle nostre playlist, per usare un termine alla moda anche se in tre abbiamo a malapena un lettore mp3, c’è di tutto: Talking Heads, Slipknot, Carmelo Bene, Karate, Rammstein, Tatu, Nick Cave, De André, gli Uochi Toki, Battiato, Oasis e chi più ne ha ne lasci scaricare. Di conseguenza, più o meno subliminalmente, tutto potrebbe averci influenzato, anche Pupo. Diciamo piuttosto che non ci lasciamo influenzare dall’amor proprio per le nostre composizioni: se un giorno mettiamo giù un brano, lo suoniamo e ci sembra meraviglioso, e poi il giorno dopo pare una b-side dei Maroon 5, buttiamo via tutto senza pietà. Per questo ci abbiamo messo quattro anni per scrivere quindici canzoni o poco più.
Con chi non vorreste fare una collaborazione?
Ora che nessuno ce le propone è molto più facile essere categorici. Personalmente comunque avrei una certa ritrosia nel collaborare con partiti e in generale associazioni – comprese quelle con scopi benefici – tanto grandi che non se ne riesce a vedere la cima. Non siamo affatto un gruppo apolitico, né tanto meno pensiamo che si possa lasciar la politica - in quanto azione, in quanto essere cittadino e in quanto scontro - fuori dalla porta della sala prove come fosse un cappotto da mettersi solo nelle giornate di vento. Ma pensiamo anche che in ogni processo di associazione sia insito e inevitabile un processo di infezione, un corrompersi dei principi in nome dei quali ci si associa. Apertissimi invece a duetti ultra-pop: durante l’ultima trasferta si è giunti a un certo consenso ministrico su Cindy Lauper. Casomai poteste contattarla...
Dove Vi vedremo suonare prossimamente?
Dovunque ci sia un palco non pericolante, una spina di birra, un impianto elettrico che non salti sul più bello, una folla ansiosa di sudare e un chilometro di distanza almeno dalle più vicine forze dell’ordine.
Se non riuscite a raggiungere gli obiettivi di vendite per pareggiare i conti, veramente non sentiremo più parlare di voi come “minacciate” in fondo al booklet?
La possibilità di pareggiare i conti è in realtà un’ipotesi che non fa parte di questo mondo, o perlomeno di quest’Italia. Volevamo invece che sul libretto apparisse un’eventualità da prendere in considerazione, caso mai il nostro libretto cadesse in mano a una band di quattordicenni speranzosi. Soprattutto se uno fa rock: è come aver visto i tuoi genitori che mettono nottetempo i regali sotto l’albero e presentarsi il giorno dopo con una maglietta con scritto “Io credo in Babbo Natale. Comunque.”
...dovrete mettervi a lavorare, lo sapete!?!
Il lavoro è solo una parola che gli adulti usano per indicare il fatto che le ore della propria giornata in cui ci si deve tappare il naso sono di più di quelle in cui si respira liberamente. Invertendo le dosi i momenti da sopportare diventano esponenzialmente più piccoli, quasi invisibili, e si ha la strana sensazione di vivere senza lavorare. Anche perché l’antinomia lavorare/vivere vale solo per chi cerca di sopravvivere. Tutti gli altri, tutti i milanesotti che tornano a casa stressati per i neon dell’ufficio e si crucciano per dar nuova qualità al loro tempo libero, non sanno di cosa stanno parlando.
Articolo del
19/11/2006 -
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