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Chi conosce Pete Doherty alzi la mano! Pochi sicuramente la alzano ma come si nomina la sua celebre fidanzata, Kate Moss, tutti dicono: “Ah sì, sì! Quello!!!”. Ma cultori a parte chi ne conosce la musica? Eppure tutti ne parlano (non della sua carriera artistica), per le sue “gesta”, per la droga, per la sua relazione con una modella famosa e molti, moltissimi si permettono anche di dare giudizi artistici senza spesso sapere neanche che musica suona. Si tende ad aggregarsi al comune sentire di chi lo etichetta come un drogato, che spacca gli strumenti sul palco: uno che solo grazie a questo ha successo, ma che in realtà è senza talento, un loser. Alla storia non risulta che Jimi Hendrix, The Who, The Clash, The Beatles, Rolling Stones, Iggy Pop, Ozzy Osbourne, Nirvana (e potrei riempirci un’intera pagina) e molti altri facessero cose diverse, eppure chi direbbe loro che sono dei perdenti e dei drogati senza talento? Forse il finto perbenismo odierno (lo stesso che accomuna uno spinello ad un grammo di cocaina) esige che: o si finga di essere dei bravi ragazzi o si è sistematicamente dei demoni da gettare in pasto a media privi di argomenti professionali e senza scrupoli. Ma forse è questo che vogliono: propinarci solo cose futili per distrarci da quelle migliori. A me Doherty non sta nè simpatico nè antipatico, mi limito ad ascoltarne la musica e vederne i concerti. Il disco è come lui: elegante e punk, gentleman ed hooligan, inglese e decadente, tossico e fanciullesco. Niente a che vedere con Oasis, Coldplay e compagnia bella. "Fuck Forever" è ovviamente diventata in breve tempo quasi un inno generazionale (lo si capisce solo vedendo i ragazzini ai concerti) ma il disco (prodotto dall’ex chitarrista dei The Clash, Mick Jones) è pieno di canzoni che ci riportano in un lasso di tempo tra i settanta ed i novanta: "Pipedown" potrebbe essere un omaggio a Kurt Cobain, "Sticks & Stones" è in pieno stile The Clash. I Babyshambles sono ad ogni modo una live band: il meglio lo danno sul palco. Ma non parliamo di qualità musicale della performance: se è quello che cercate, statevene a casa a sentirvi il disco. Parliamo della capacità di calamitare l’attenzione su uno spettacolo che da musicale diventa rabbia, violenza, eccesso, protesta, trasgressione, proprio com’era un tempo. Qualcuno obbietterà che non siamo più negli anni settanta. E allora!?! Non lamentiamoci poi che la musica degli ultimi tempi non trasmetta più le emozioni di una volta, che è piatta, che i concerti sono tutti patinati e non ci si diverte più come allora... Oltretutto questa dimensione live così caotica, stonata, grezza, mette in luce canzoni che in studio non assumevano alcun valore particolare ("Loyalty Song"). Il punk-rock show è assicurato e se non vi piacciono: stage diving, microfoni rotti, ampli e batterie rovesciati , sangue e vodka, ... allora statevene a casa a sentire i Coldplay o a sognare quanto erano “fichi” The Who, The Clash e Jimi Hendrix.
Articolo del
06/11/2006 -
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