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Raccontare i Fleshtones dal vivo mica è tanto semplice. A me tocca anche la parte nostalgica di ricordare la prima volta che li ho visti dal vivo. Fine anni ottanta (era l’87?), a Torvajanica in uno stabilimento balneare, il Battello Ubriaco, laddove per una intera stagione estiva (l’anno dopo l’esperienza non fu ripetuta per motivi di ordine pubblico) la scena rock romana si trasferì armi e bagagli. Allora quel gruppo newyorkese assatanato, e poco conosciuto, lasciò il segno con una esibizione conclusa con Peter Zaremba (istrionico cantante del gruppo) che sceso dal palco condusse le danze tra le onde notturne di un concerto non più dimenticato. Amarcord, pericoloso amarcord. A qualche anno di distanza (quasi venti), ritrovo Zaremba e co. sul palco del Circolo degli Artisti dopo aver timbrato quasi tutti i loro precedenti live nella Capitale. Per me è una morbosità da vero e proprio collezionista. Al Centrale del Tennis, quattro anni fa, suonarono tutto il concerto in mezzo al pubblico, oggi cosa si inventeranno questi quattro musicisti degni di un Battello Ubriaco stile Valtur? La serata romana dei Fleshtones comincia, a dire il vero, in sordina. Poco pubblico, un Peter Zaremba stranamente (o apparentemente) sobrio e la solita tiratissima serie di pezzi ritagliati da un repertorio lungo ormai qualche decennio. La classe non è...acqua. Lo stile dei Fleshtones è un concentrato di cromosomi della musica sixties e seventies mescolata in modo semplice e non banale. “I Am What I Am”, “Three Fevers”, e molti altri fondamentali della band di New York scorrono tra le dita di Keith Strong, il chitarrista stile rockabilly che imprime alla band una sequenza mozzafiato di pezzi consecutivi. Ma l’ordinaria follia del gruppo ha solo bisogno di una piccola miccia per esplodere in mezzo al pubblico. Saranno pure delle scenette preparate e consolidate da un numero di concerti praticamente prossimo all’infinito, ma i Fleshtones non ce la fanno a rimanere nello schema di pezzo, palco, applauso, pezzo. Ecco che ad un cenno concordato tra Streng (il chitarrista) e Ken Fox (il bassista), i due si creano un varco tra le transenne e scendono in mezzo al pubblico issandosi su due sedie. Da questo momento saltano gli schemi, ma la musica non si ferma mai. Anche quando Streng e Fox lasciano deliberatamente i rispettivi strumenti a musicisti più o meno improvvisati tra il pubblico, mentre loro si levano lo sfizio di piazzare qualche flessione al centro della hall del Circolo degli Artisti. Zaremba è il grande regista dell’operazione, si gode lo spettacolo dal palco suonando tamburi a quattro mani con Bill Milhizer e percuotendo una piccola tastiera Farfisa da cui fa uscire un suono grottesco. Anche questa volta un piccolo rito si è compiuto; mi avvicino alle transenne (e come al solito) urlo a Zaremba la solita richiesta demenziale: “American Beat, American Beat!”, con l’illusione che il gruppo possa suonarla come gesto estremo (qualche volta accade). Da sopra il palco, appesantito da una camicia dorata inzuppata di sudore, Zaremba si gira e conclude…”I am an American Beat”.
Articolo del
27/10/2006 -
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