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Sì, sarà pure la serata dei Babyshambles e di Pete Doherty, per la seconda volta a Roma nel giro di un anno, ma la vera grande attrazione stavolta è il Piper, il grande Piper Club di Via Tagliamento che dopo una lunga fase di insensato pre-pensionamento torna ad ospitare un evento rock di alto profilo. Ed entriamoci dunque al Piper, superiamo lo sbarramento di centinaia di fans senza biglietto, scendiamo le mitiche scale, oltrepassiamo la porticina aldilà della quale c’è l’ufficio che fu del geniale fondatore Bornigia, facciamoci accreditare dalla ottima Grinding Halt e scendiamo ancora più giù, nella già stipata grande sala con i caratteristici balconcini in cui tanta storia della musica (e non solo) è stata fatta. ‘Orca, il Piper! Gli stessi odori, le stesse atmosfere di un tempo che fu: l’epoca del beat che non vivemmo e quella più recente dei concerti punk (The Damned), del nuovo rock&pop degli anni ’80 (Aztec Camera, Talk Talk, Marc Almond, ecc.) e di grandi icone quali David Bowie e David Johansen (nell’incarnazione di Buster Poindexter). Facciamoci largo in mezzo alla calca (ma non sarà stato venduto qualche biglietto di troppo, stasera?) e sistemiamoci in quella che una volta era la nostra “consueta” posizione, appoggiati al bancone del bar e in perfetta linea d’aria con il palco dall’altra parte della sala. Ore ventidue e quaranta: le grida dei fans più hardcore preannunciano l’arrivo dei Babyshambles in scena, il bassista Drew MacConnell bassista deus ex-machina, Adam Ficek alla batteria, il chitarrista new-entry Mick Whitnall (ex-Kill City/ex-Finley Quaye band) e infine lui, Pete Doherty, una giacca di pelle indossata a pelle, l’immancabile sigaretta in bocca e l’aria tipicamente scoglionata. L’inizio è d’impatto: la furibonda “Pipedown” con Doherty che fin da subito si dimena come un forsennato, dà il cinque a un attempato fotografo assiso su uno dei cubi, si getta sulla folla da cui sembra inghiottito per riuscirne con in testa uno dei pork-pie hats che da sempre sono associati al look dei Libertines. L’atmosfera, già bollente di per sé, diventa rovente quando i Babyshambles infilano il primo pezzo dei Libertines della serata, il più bello: “Time For Heroes”, qui resa da Doherty e soci in versione più contratta rispetto all’originale, più che cantata quasi borbottata fino all’esplosione liberatoria “…I cherish you my looove…” E man mano che si va avanti, ci si rende conto che quello odierno dei Babyshambles non è il solito concerto, ma diventa quasi una jam-session dove si improvvisa tantissimo e dove alcuni brani si susseguono senza soluzione di continuità. C’è “Back From The Dead” eseguita così così e una buona “A’ Rebours”; c’è una gustosissima “What Katie Did” dai Libertines (ma Kate – Moss, si intende – al Piper non si è vista, lasciando a bocca asciutta chi si attendeva un possibile duetto su “La Belle Et La Bete”); i Babyshambles propongono anche un paio di brani dal nuovo E.P. “The Blinding” in uscita a dicembre, ma l’apice della serata è indubbiamente il reggae/hardcore di “Sticks And Stones”, tra il suadente e il devastante, in una “long version” strepitosa che sovrasta quella contenuta su “Down In Albion”. Si arriva così al fantastico mix tra una cover di “007 (Shanty Town)” di Sua Maestà Desmond Dekker (“Dem a loot, dem a shoot, dem a wail…”) e “Killamangiro” e all’episodio che marchierà questo concerto con i consueti titoli scandalistici sui quotidiani: “Rissa al concerto dei Babyshambles, ecc. ecc.”. Quel che accade è che qualcuno del pubblico un po’ troppo infuocato tira “qualcosa” in testa al batterista. Doherty pare arrabbiarsi moltissimo, e individuato il colpevole afferra l’asta del microfono e fa per sbattergliela in testa senza, però, colpire nessuno (e senza, a noi pare, averne minimamente l’intenzione). Poi, dopo aver sacramentato più volte, interrompe l’esibizione, seguito dal resto del gruppo (tranne il chitarrista che rimane ad intrattenere gli astanti). Con buona pace di Sandra Cesarale del Corriere della Sera (e di Cecilia Cirinei su Repubblica) che stamattina davano grande rilievo alla “violenta” risposta dell’”oltraggioso” Doherty, rinfocolando la “hype” di “dannato e drogato” che circonda il talentuoso ex-Libertine, a noi la faccenda è sembrata spettacolo e puro e semplice nella tradizione del migliore show-biz, roba da World Wrestling Federation insomma, ad uso e consumo dei creduloni e di chi capisce benissimo ma ha voglia di creare il “caso”. Che il concerto sarebbe ripreso lo si è capito subito; e infatti dopo una decina di minuti Doherty è riapparso sul palco e si è messo a suonare (malino) la batteria, in un improbabile duetto con Whitnall. Poi ancora grande musica: una sgangherata punkyssima “I Get Along” (ancora dai primi Libertines), la romantica crepuscolare “Down In Albion” e infine l’immensa, potentissima “Fuck Forever”. Infine ancora spettacolo show-business-style, con la (finta) distruzione di batteria chitarre e amplificatori, à la The Who o, in tempi più recenti, alla Nirvana. Violenza? Ma de che…!? La gente – tanta, pure troppa – si è divertita. Noi pure, alla faccia dei quotidiani che preferiscono soffermarsi sul “caratteraccio” del cattivissimo Doherty per dedicare solo poche righe al concerto effettivamente suonato – diverso, più spontaneo e improvvisato, anche più ”reggae”, rispetto a quello del Qube – e con buona pace di una critica spocchiosa e un po' retrò a cui consigliamo di andare a riascoltare (e per bene) l’opera omnia di Pete Doherty prima di asserire che il boyfriend della bella Kate Moss non abbia un’oncia di talento. Noi, che qui al Piper ci vedemmo gli Style Council al loro apice artistico, oggi in pieno 2006 preferiamo ascoltarci “Up The Bracket” ad uno qualsiasi dei dischi dei Jam – e “Down In Albion” ad uno degli album solisti del pur amatissimo Paul Weller. Un motivo ci sarà.
Articolo del
24/10/2006 -
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