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Nella settimana in cui siamo immersi nella lettura di “Hotel California” di Barney Hoskins – succulenta narrazione degli ups & downs della scena West Coast tra il ’67 e il ’77 – non si può fare a meno di andarsi a vedere dal vivo i Vetiver di Andy Cabic, che proprio da quell’epoca hanno scelto di trarre ispirazione. E sì che i Vetiver sono - forse - in questo esatto momento storico, gli artisti più soporiferi dell’universo (sorry, Ms. Vashti Bunyan…). Decidiamo quindi di giungere al Circolo con voluto e accuratamente studiato ritardo, giusto in tempo per evitare l’altresì palloso support-act Adem previsto come support-act e per vedere i Vetiver già sul palco, pronti a sguinzagliare il loro ipnotico mix di psichedelia-folk e country-rock alternative-style. E’ la prima volta dei Vetiver a Roma da headliners, ma almeno la quarta che il loro leader Cabic si esibisce da queste parti, essendo già venuto in compagnia del suo grande amico e sodale Devendra Banhart. Era un postadolescente sbarbato e spettinato la prima volta che salì su questo palco – un paio d’anni fa -, oggi è un capellone barbone malvestito né più né meno di Devendra. E i Vetiver tutti - Cabic alla voce e chitarra acustica, Otto Hauser alla batteria, certo Sanders alla chitarra elettrica e certo Brent al basso - stasera hanno un look tipo The Band all’epoca di Big Pink, in una sorta di hippysmo di ritorno di cui – personalmente - non sentivamo più di tanto la mancanza. Come da previsione, gli sbadigli in platea – non troppo folta e lontana dai sold-out della “Rough Trade Night” e del concerto di Peaches - non tardano a farsi sentire, anche se, man mano che il concerto va avanti, appare evidente che dal vivo i Vetiver sono più gradevoli e convincenti rispetto ai loro (due, finora) mortiferi dischi. Piaciucchiano, in particolare, il country-rock alla Gram Parsons di “I Know No Pardon”, il folk bucolico di “Maureen” e la blues-psichedelia ipnotica di “You May Be Blue”, tutte tratte dal recente “To Find Me Gone”. Su “Been So Long” però tornano a chiudercisi gli occhi, e siamo bruscamente risvegliati dalle inusitate sferzate elettriche in stile Neil Young & Crazy Horse che chiudono l’altrimenti insignificante “Red Lantern Girls”. Andy Cabic oggi crede forse di essere David Crosby reincarnato, ma è impossibile ignorare quanto le sue canzoni difettino di personalità; fatto reso vieppiù evidente da “Down In El Rio”, unico brano di “To Find Me Gone” co-composto con Devendra Banhart e contenente quei guizzi e quella vivacità praticamente assenti altrove. “Down In El Rio” – che Cabic qui canta necessariamente “solo” – riscalda finalmente il pubblico, che apprezza il beat-folk di “Be Kind To Me” dal repertorio del misconosciuto cult-folk-singer Michael Hurley, e un’altra cover, la strepitosa “Long, Long Time To Get Old” dei canadesi Great Speckled Bird, band canadese di country-rock della fine degli anni ’60 da riscoprire ora e subito. C’è poi spazio per il zompettante folk-rock a’ la Byrds (di Gene Clark) di “Won’t Be Me”, e per un paio di bis da anti-climax. Ma la sonnolenza post-vetiveriana già incombe, e all’85mo (ed ultimo minuto) del concerto siamo già fuori dalla porta, e dritti in macchina, dove ci aspetta un CD intitolato “Heart Food” di Judee Sill: materiale vecchio di 35 anni, non dissimile per atmosfere da quanto poc’anzi ascoltato al Circolo, ma decisamente su un altro pianeta quanto a talento, ispirazione e desiderio di esplorare della vecchia (povera) protetta di David Geffen. Qualcuno – non ricordiamo chi - ha detto che se la storia a volte si ripete, la seconda volta è peggio: sarà stato mica a un concerto dei Vetiver?
Articolo del
26/09/2006 -
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