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Il Tormentoso Dubbio – “si farà o non si farà, ‘sto benedetto concerto dei Babyshambles?” – si dirada dalle nostre menti alle 22.50 in punto, quando le stranote fattezze di Pete Doherty fanno capolino dalla balconata superiore del Qube, dove c’è il camerino artisti, e lui si affaccia e benedice la folla ricevendo in cambio una prolungata ovazione. Si tratta della sospirata conferma che “Pete is in the house”: finalmente, dopo la deprimente cancellazione della data prevista proprio qui a Roma lo scorso 1° dicembre e tutti i “rumours” degli ultimi mesi su shows dei Babyshambles annunciati e poi annullati all’ultimo momento. E ben per noi, perché dal nostro punto di osservazione si è trattato – finora - del concerto dell’anno. Perché se i Libertines furono una band importantissima, “Down In Albion” – album d’esordio dei Babyshambles di Doherty dopo la separazione da Carl Barat e lo scioglimento del gruppo madre – è un disco da almeno quattro stelle su cinque. E Pete Doherty – oggi possiamo finalmente dirlo a voce alta, dopo aver verificato dal vivo di che pasta sia fatto – è una Star, con la S maiuscola e in grassetto, come non se ne vedevano dalla fine del precedente secolo. Peraltro, se uno dei motivi d’interesse della serata era una sorta di sfida a distanza con Barat (venuto al medesimo Qube il 10 ottobre scorso con i suoi Dirty Pretty Things), Doherty si è stra-aggiudicato la virtuale contesa rifilando all’amico di un tempo un sonoro cappotto. Un netto predominio derivante anche dallo spontaneo e infuocato affetto tributatogli da un pubblico (folto ed esteticamente bello: chiaramente la “meglio gioventù” capitolina) per cui palesemente i Libertines hanno significato molto; un pubblico che si è prostrato ai piedi dello sregolato genialoide Doherty fin dal momento in cui è caracollato sul palco avvolto in una bandiera inglese (inglese: si noti bene; non lo Union Jack) seguito dai suoi debosciati compagni di ventura Patrick Walden (chitarra), Drew MacConnell (basso) e Adam Ficek (batteria). Il “pibe de oro” della nuova scena UK, apparso in ottima vena seppure un po’ emaciato, ha avviato il set con la narcolettica “Up The Morning”, per poi accelerare i giri con una sublime “La Belle Et La Bete”, dove MacConnell ha cantato le strofe di Kate Moss. Pete Doherty è un animale da palcoscenico, disinvolto e spavaldo tanto quanto Barat appare forzato e proteso a recitare il ruolo di star. Ma Doherty non recita affatto: lui c’è. Esegue una grintosa, “libertinesca” “A’ Rebours” e una scombiccherata “Killamangiro” (plagio dei Jam, specie nel chorus), spara la voce a mille, a volte stona ma se ne infischia, è lo “stile Doherty” in fondo… Viene proposto – ovviamente – quasi tutto “Down In Albion” stasera, e c’è anche un godibile intermezzo reggae che culmina nell’esecuzione della clashiana “Sticks And Stones”, in una versione portentosa sfociante in un finale punk/hardcore che manda in visibilio gli spettatori che ormai hanno perso la trebisonda. Pugni, spinte… E Doherty stesso contribuisce al caos e allo spettacolo: indossa di buon grado la camicia (nonostante il caldo infernale) e il cappello di paglia gettati sul palco da alcuni dei fans più accaniti. Scrocca a ripetizione sigarette alle prime file, e anche qualche sostanza stupefacente che a un certo punto inala – senza remore alcuna – smaccatamente di fronte a tutti. Si avventura in un paio di tuffi in mezzo alla folla – che lo avvinghia impietosa – con i bodyguards che riescono a malapena ad estrarlo fuori, un po’ malconcio, qualche minuto dopo. E ci regala due brani dei Libertines: sì, due soli ma che valgono il prezzo del biglietto. “Time For Heroes”, innanzitutto. Barat su questo stesso palco l’aveva eseguita acustica, ma Doherty opta per il ritmo, l’elettricità e una certa dose di approssimazione, e galvanizza la platea con quello che è ormai un vero e proprio inno alla “joie de vivre” per l’ultima generazione di rockettari. E poi “What Katie Did”, toccante nell’interpretazione – specie della lirica “Since you said goodbye / the polka dots fill my eyes / And I don’t know why…” - dedicata a sappiamo-bene-chi… E il meglio deve ancora arrivare: c’è la romantica “Albion”, più veloce e robusta di quanto fosse sul disco, che tutti cantano scandendone a memoria le parole. E le mura riprendono a tremare quando Walden e Doherty lanciano il riff di una versione compatta e furibonda di “Fuck Forever”, dieci o forse cento volte migliore di quella che conoscevamo (il che porta a pensare che un produttore meno sciatto di Mick Jones avrebbe forse potuto conferire al brano un certo quid in più): si poga, si sgomita, si danno e si prendono nell’esaltazione di una delle rock-songs più belle degli ultimi anni. Poi la fine, con Doherty stremato che si riavvolge nel suo amato usuratissimo bandierone simbolo di Albion e saluta tutti ringraziando del caloroso affetto. Non c’è bis ed è scontato che non ci sia: come potrebbero tornare in scena dopo averci urlato più volte di andare a “fuck forever, if you don’t mind”? Si è trattato, in definitiva, di una trionfale esibizione di forza e di talento, benchè le voci scettiche – come sempre, quando c’è di mezzo Pete Doherty – non siano mancate. In particolare, qualcuno si è (e ci ha) chiesto: “sì però, tutte quelle pose… ma chi si crede di essere?, mica è David Bowie…” No, certo, Pete Doherty non è ancora come David Bowie. Non ancora.
Articolo del
31/05/2006 -
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