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Sono decisamente il nuovo fenomeno della musica inglese, ma il fatto che il Rolling Stone sia tutto esaurito, in una città dispersiva come Milano, lascia intendere quanto la macchia di quel fenomeno si stia allargando. Sono quattro giovanissimi ragazzi di Sheffield, che provavano le loro canzoni di un rock tradizionale nella cantina di casa e che si sono ritrovati all’improvviso ad avere un numero inimmaginabile di fans prima ancora dell’uscita dell’album "Whatever people say I am, That's the way I'm not". Potere di Internet. Gli Arctic ringraziano e si godono il momento.
Il concerto di Milano è sicuramente uno degli eventi clou della primavera musicale. Appuntamento per appassionati, addetti ai lavori e anche VIP, mi ricorda molto il concerto degli Strokes nella primavera 2002: vj e gente comune accomunati dalla voglia di scoprire con i propri occhi la band del momento.
Possono non piacere, possono risultare addirittura fuori luogo, con quell’aria da esperte rockstar e meno di vent’anni all’anagrafe: ma una cosa è certa, gli Arctic dal vivo sprigionano un'incredibile energia, come se volessero in qualche modo scrollarsi di dosso l'ingombrante etichetta di "fenomeno mediatico" guadagnata in questi mesi. Ed è lì, sul palco, senza filtri e di fronte al proprio pubblico che i quattro giovanissimi danno il meglio delle loro possibilità. I pezzi sono brevi, tirati, inconfondibili nella loro impronta che è già un marchio di fabbrica: difficilmente quella chitarra la potresti confondere con qualcos'altro. Ma a colpire è la voce di Alex Turner: è aggressiva, arrogante. Potrebbe indispettire se non fosse così affascinante A contorno di tutto ciò, le veementi linee di basso che già avevamo intuito nel disco, si fanno sentire.
L'atmosfera del Rolling Stones è elettrica sin dalle prima battute, e di questo si deve rendere merito, oltre che all'entusiasta pubblico italiano, alle decine di giovani inglesi venuti in trasferta per sentire la "loro" band. Accade cosi che, per un paio d'ore, uno dei locali musicali-simbolo del centro di Milano si trasformi in una succursale di un qualunque club di provincia inglese, peccato solo che siano quasi tutti spilungoni e si siano piazzati agevolmente da subito davanti. Il pubblico è frizzante, non ne vuole sapere di stare fermo, ed è ovvio che il massimo della concitazione si raggiunga al momento delle hit più conosciute: When the sun goes down è un concentrato di adrenalina, quasi puoi sentire la tensione dell'attesa quando Alex fa silenzio prima di attaccare con l'ultimo travolgente refrain. E poi From Ritz to the Rubble e la conclusiva Certain Romance, che lasciano (troppo presto) il pubblico orfano dei suoi beniamini. Gli Arctic sono apparsi a loro agio sul palco, dando più l'impressione della classica garage-band che ha sfondato (e questo in fin dei conti sono) che del fenomeno mediatico di cui tutti, ma proprio tutti, hanno parlato negli scorsi mesi. Può darsi che continuino a criticarli per la sfacciata tecnica di diffusione del loro prodotto, può darsi che si riconfermino più grandi e maturi nei prossimi dischi, che i tabloid li prendano di mira e costruiscano una rivalità a suon di insulti con qualcuno (che so, gli Hard-Fi), ma non si può negare che erano anni che dalla classifica inglese non usciva un prodotto così fresco e godibile. Forse non faranno la rivoluzione della musica inglese, né di quella mondiale, forse non diventeranno mai gli Oasis (e non è detto che ci tengano davvero…) però una serata di musica così e consigliabile a tutti. In fondo, è solo rock'n roll…
SCALETTA
View from the afternoon Cigarette smoker Fiona You probably couldn't see Still take you home Perhaps vampires is a bit strong but… Dancing shoes Who the fuck are Arctic Monkeys? Bet you look good… Leave before the lights come on Red light Mardi bum Riot van When the sun goes down Fake tails From the Ritz to the rubble Certain romance
Articolo del
16/05/2006 -
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