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Gli Architecture In Helsinki? Premessa. Non sono finlandesi come potrebbe apparire di primo acchito e non sono neanche austriaci come avevo pensato in un primo momento dopo aver letto, nei comunicati stampa, tra parentesi la sigla (AU) che, da profondo appassionato di Giochi Olimpici, avrei dovuto ricordare essere l’acronimo che da sempre identifica gli atleti della nazione dei canguri, la mitica Australia. A posteriori, il nome del gruppo non ha nessuna radice intellettuale, ma come confessato dal bassista del gruppo nel dopo partita, è solo un nome che suona bene. Detto questo, un’altra annotazione. Dall’ascolto del loro ultimo album, "In Case We Die", ottimamente recensito da magazine e giornalisti della galassia indie, non avevo condiviso lo stesso entusiasmo. Anzi. Il concerto di Milano era l’occasione per svelare qualche arcano….
Gli Architecture In Helsinki? Anche dopo i primi pezzi del loro set, rimangono una creatura misteriosa. Esaltante la loro attitudine da post universitari a interpretare la musica come un grande ensamble di amici che hanno lanciato la sfida allo star system in gruppo perché individualmente avrebbero raccolto solo qualche soddisfazione nell’emisfero australe. Invidiabile la capacità, con otto elementi sul palco, a mantenere una pulizia di suono e una compattezza musicale per l’intero concerto. Coraggiosi perché, a fronte di una media di età degna dell’under 21 di Claudio Gentile, dimostrano una maturità compositiva ancora parzialmente inesplosa ma sicuramente sopra la media per l’assenza di banalità e di scorciatoie.
"In Case We Die" è sostanzialmente un bell’album di pop-rock, e non ha nessuna pretesa di essere un concept album, nonostante la cesura tra i pezzi e le pause che potrebbero far pensare ad un filone logico che, per stessa ammissione del gruppo, non c’è. Anche la scaletta del live di Milano conferma la sostanziale indipendenza dei singoli brani del disco. Scorrono senza sussulti nella prima parte del concerto “Neverdid”, “It’5” e “In Case We Die”. Niente di impressionante ma, a posteriori, faccio i conti con l’anagrafe dei componenti degli AIH, e la mia sensazione è quella di un bel coacervo di teste che stanno lavorando su una traiettoria musicale ancora tutta da scoprire.
Gli Architecture In Helsinki? Non sono tipi da pezzi orecchiabili, e questa mia impressione potrebbe essere confermata dallo scoglionamento con cui hanno suonato “Do the Whirlind”, l’hit single che ha bucato lo schermo di MTV con il video sulle montagne russe. Gli AIH si trovano molto a loro agio nei passaggi più strumentali del loro repertorio. Significativa la totale interscambiabilità di strumenti tra gli otto poliedrici componenti del gruppo. I passaggi batteria-voce, chitarra-fiati, tastiera-basso e conga varie durante il concerto sono da far girare la testa e dimostrano la vera componente artistica del gruppo, sarebbe bello sapere cosa cavolo succede dentro lo studio durante le prove…….
La tentazione di catalogare il gruppo australiano come una formazione di pop intelligente è molto forte. Ma visto che mi ci sono applicato, uno sforzo in più nella lettura degli Arcitecture In Helsinki, penso che vada fatto. Anche perché l’esecuzione di “Frenchy, I’m faking” è carica di bei riferimenti ad un sound trasversale……..
Tanto per non farci mancare qualche piccola annotazione di cronaca, alcuni errori di ingenuità. Anche perché se il pubblico di Milano non vuole ballare con entusiasmo non gli si può dire che a Bologna la sera prima la gente era molto più entusiasta…
Ma mi rimane una cosa in testa, mentre il concerto si spegne nel primo bis concesso senza grandi colpi di scena. Ok il sound folk, va bene la sperimentazione di un pop più articolato, e passi pure la specificità australe della band. Ma qui gatta ci cova, e sento puzza di un grande padre putativo che aleggia nell’aria del Transilvania fino a materializzarsi con l’ultimo dei pezzi suonati dal gruppo. La cover di “Love is the Drug” dei Roxy Music è la rivelazione finale di un amore del gruppo per un periodo indefinito della musica contemporanea che non si limita alla passione per i Talking Heads di David Byrne di cui sono stati gruppo di supporto nelle sue tre date australiane.
I conti tornano? Manco per niente. Uscendo dal locale, mi rimane in testa il giro di fiati di “What’s in Store”, abile miscela di atmosfere che ha il pregio di dare un sapore gastronomico al live del coraggioso ensamble australiano. A proposito. Non è usuale vedere otto post universitari divertirsi tanto sul palco come un gruppetto del liceo, senza sbagliare un colpo.
Articolo del
02/05/2006 -
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