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Ad un certo punto della serata, Laura Veirs si è amabilmente rivolta ai presenti rivelando tutto il proprio stupore per la calorosa accoglienza ricevuta da una città presso la quale fino a quel momento non aveva mai messo piede. Effettivamente, l’interprete di Seattle piace al pubblico italiano e ciò è tanto più sorprendente se si considera l’esito controverso dell’apparizione con la quale, due anni fa, ha presentato a Roma “Carbon Glacier”. Negli angusti spazi de La Casa 139 si è immediatamente stabilita una sintonia tra le decine di presenti e la ragazza con le trecce tipo Pippi Calzelunghe e gli strepiti che hanno accompagnato la scaletta, perlopiù incentrata sugli ultimi due dischi, hanno suggellato una passione che neanche alcuni contrattempi tecnici sono riusciti a smorzare. Salita sul palco intorno alle 23, infatti, Laura Veirs, prima ancora di iniziare a pizzicare le corde, ha dovuto far fronte a problemi di amplificazione risolti, comunque, nel giro di pochi minuti. L’imprevisto non l’ha fatta perdere d’animo, anzi: l’assoluta spontaneità con la quale si è cavata dall’impaccio ha contribuito a rompere il ghiaccio che l’essenziale esecuzione di “Cool Water” ha definitivamente sciolto. Il brano non è dei più riusciti tra quelli recentemente pubblicati, ma il piglio con cui è stata interpretato e la simpatica trovata di chiosarlo con un fischiettio hanno fatto centro. Dalle parole dell’autrice si evince che ad “Year Of Meteors”, benché uscito da poco tempo, si sente già particolarmente legata e la scelta di destinare ai suoi pezzi la prima parte del concerto ne è stata la cartina di tornasole: hanno colpito “Where Gravity Is Dead”, dotata del giusto pathos, e “Magnetized”, che ha incrociato delle piacevoli rotte melodiche. A mandare in visibilio, però, è stata la fase successiva, che è culminata in una piccola gemma tratta, guarda caso, da “Carbon Glacier”: “Rapture”. Una spettatrice di bocca buona ha invocato a gran voce quello che, anche a parere di chi scrive, è la traccia migliore di “Year Of Meteors”, cioè “Rialto” ma, invece di accontentarla, Laura Veirs ha optato per “Parisian Painter”, che dal vivo suona un po’ scialba e stenta a replicare la ritmica ondeggiante uscita dalla sala di incisione. Se alla vigilia era lecito avere qualche timore in ordine alla resa dello show, va sottolineato che quest’ultimo si è ben sviluppato lungo tutto l’arco dell’ora e mezza di durata e solo a tratti ha fatto temere di scivolare in uno degli stagni in cui talvolta “Year Of Meteors” boccheggia. Il rischio, tanto più con un’artista che predilige la dimensione acustica e si esprime negli scarni codici del folk, era quello di incagliarsi in un’atmosfera algida e impalpabile, ma alla fine la personalità, rispecchiata dai luminosi occhi chiari, è emersa. E tra le chiavi del suo successo vi è stato indubbiamente pure l’aspetto radioso e teneramente fragile: un volto come quello di Laura Veirs può capitare di incontrarlo ovunque e i soffici capelli virati sul rosso nonché gli occhiali con la montatura tondeggiante calzerebbero a pennello tanto ad una ricercatrice universitaria quanto alla vicina di casa sorpresa al supermercato mentre rovista tra gli scaffali alla ricerca dello yogurth preferito. La tappa milanese fa parte di un ampio programma che alla fine di marzo la riporterà in America, San Francisco. L’ha ricordato lei stessa, prima di attaccare l’unico bis proposto, “Secret Someones”, che ha evitato che rimanessero scontenti coloro i quali sottolineano come, pur essendo un’ottima conoscitrice del repertorio di Joni Mitchell, Laura Veirs si trova a suo agio anche alle prese con il pop (e qualcuno ha borbottato per l’assenza di “Galaxies”…). Un disco come “Blue” probabilmente non riuscirà mai a produrlo e nessuno mai potrà chiederle di emulare Laura Nyro, alla quale in ogni caso l’accomuna, oltre che il nome, la sofferta malinconia di certi temi (d’altronde, dalla scomparsa dell’indimenticabile artefice di “New York Tendaberry” sono andati a vuoto parecchi tentativi di ricalcarne la capacità di strapazzare il pianoforte e di raccontare, con disarmante sincerità, l’abisso nel quale può far precipitare una delusione sentimentale). A chi l’ammira basta sapere di poter sempre contare sulla sobrietà del suo linguaggio e sul divario che la separa da personaggi che, ad ogni approccio, lasciano la scia dei primi della classe. Laura Veirs non è un personaggio da Carnegie Hall e alle adunate caotiche preferisce l’aria sommessa di un locale più simile ad un salotto di casa. In un contesto del genere dalla sua ugola esce il meglio. Come a La Casa 139.
(La foto di Laura Veirs in concert a La Casa 139 è dello stesso autore Mauro D'Alonzo)
Articolo del
27/02/2006 -
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