|
Direttamente da Leeds per salvare il rock britannico. O il britpop, perché è di questo che alla fine si parla, sta di fatto però che questi Kaiser Chiefs sanno esattamente come colpire nel segno. Hanno carisma, hanno le melodie, hanno la botta elettrica delle chitarre, hanno i sintetizzatori che di questi tempi non fanno mai male ma soprattutto hanno un frontman che come pochi tiene il palco: le premesse per uno spettacolo ad alto livello c’erano tutte e non sono state affatto tradite. Il concerto doveva essere aperto dai semi sconosciuti Nine Black Alps che hanno dato forfait all’ultimo momento, così ad aprire le danze verso le 22 compaiono i Masoko, gruppo molto cool proveniente da Roma dotato di una buona presenza scenica e di un sound molto in riga con le attuali tendenze britanniche (e come i loro vestiti del resto): quaranta minuti di show sono sufficienti per scaldare un pubblico fatto di ragazzi che probabilmente solo in tempi recenti si è affacciato al rock nonostante le varie acconciature finto ribelle alla Strokes, Libertines e via dicendo, comunque sia i Kaiser Chiefs arrivano sul palco sotto le 23 ed è subito delirio. “Saturday Night” sembra essere il pezzo giusto per dare la botta al pubblico, l’apertura per così dire d’impatto, in realtà da questo momento in poi sarà una maratona fatta di caos, delirio sonoro e botta e risposta con quel grande personaggio che risponde al nome di Ricky Wilson: è lui la star, dialoga con il pubblico, lancia il microfono, salta in aria si agita e subito va a stringersi verso i fans che sono visibilmente in delirio. Dal vivo viene riproposto il disco di esordio "Employment", e i pezzi ne acquistano in potenza e tiro perché sono tremendamente rock, corposi e sporchi nel sound: il Circolo è diventato pieno, non si passa da nessuna parte, c’è solo da immergersi e sgomitare per partecipare a questa mega rissa goliardica. Parte il suono del synth e subito si capisce dove si va a parare, perché “Everyday I Love You Less And Less” è già sui binari e non dà il tempo di fare nulla, d’altra parte come si fa a resistere a questo sound e quei coretti così cattivi di Nick Hodgson? La schizoide “Na Na Na Na Naa” non lascia il tempo di respirare così come “Modern Way” e quello che probabilmente era il pezzo più atteso, vale a dire “I Predict A Riot”, quel tormentone che tutti si ritrovano a cantare dando di gomito che in questo caso non fa mai male; in pratica un concerto in regola con tutti i parametri della rock performance, compreso il tuffo ad angelo che Ricky va a fare sul pubblico. Ed è qui che è doveroso aprire una parentesi, su questo mitico personaggio che se ne frega di tutto e fa quello che in quel momento gli passa per la testa, tale Ricky Wilson. Insoddisfatto di dare solo strette di mano e saluti vari decide inizialmente di lanciare il microfono verso il pubblico per farlo cantare più agevolmente con lui ma ancora non è soddisfatto: allora come detto in precedenza decide di volare sul pubblico come nemmeno Iggy Pop farebbe, di farsi l’intero Circolo Degli Artisti nuotando tra le mani adoranti del pubblico e di tornare completamente esaltato sul palco, ma ovviamente non è ancora finita. Dichiara di non avere voce per cantare “Oh My God” e così fa salire sul palco una fanciulla desiderosa di esprimersi mentre lui scende come se nulla fosse tra il pubblico in prima fila a fare la parte del fan esagitato che si sbraccia davanti ai suoi idoli: meraviglioso, uno show nello show, vallo a dire a quelle star che se la tirano manco fossero fatti d’oro, fossero tutti così i performers. Guidati dalle evoluzioni di del biondo Ricky i Kaiser continuano a snocciolare il loro debut album davanti una folla sempre più galvanizzata e verso la fine regalano anche una cover di Marvin Gaye, tale “I Heard it Through The Grapevine” che nella loro personale versione fa davvero la sua porca figura, roccioso e gagliardo; dopo circa un’ora e un quarto il gruppo si congeda salutando il pubblico, dell’abbigliamento super cool di Ricky Wilson è rimasta solo la camicia bianca: il gilet, la giacca e la cravatta chissà dove sono volati. Ma in fondo a noi non interessa perché ci piace esattamente così, esausto e sfatto esattamente come noi dall’altra parte del palco. Grandi.
Articolo del
17/11/2005 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|