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L’occasione non poteva, non doveva essere persa, trattandosi di una sontuosa passerella per tre nel corso di un’unica serata: una delle poche giovani band emergenti che negli ultimi tempi abbiano realmente esplorato territori inediti (gli Animal Collective); un vecchissimo volpone nonché icona della scena punk e post-punk di Washington D.C (Ian McKaye ex-Teen Idles, Minor Threat e Fugazi nonché proprietario dell’etichetta Dischord) con il suo nuovo progetto The Evens; e un recente reduce dallo scioglimento del proprio gruppo (Geoff Farina dei Karate) ad una delle prime uscite da solista.
Non siamo quindi mancati, fallendo unicamente l’orario di arrivo al locale, causa anche nostra errata valutazione delle capacità organizzative dei ragazzi del Circolo degli Artisti, che nella circostanza sono state decisamente egregie. Ordunque: nel momento in cui la nostra presenza al Circolo si manifesta, Geoff Farina con acustica a tracolla è quasi in conclusione di set, sul palco della cosiddetta “sala piccola” del locale. Facciamo appena in tempo ad ascoltare una cover di “Love In Vain” di Robert Johnson (quella che fecero a suo tempo anche gli Stones) eseguita in modalità estremamente “educata”, ed un paio di brani tra il blues e il jazzato che verosimilmente faranno parte del prossimo album “solo” del bostoniano. Poi Farina ci saluta, faccia da bidello per alcuni, mentre a noi ha sempre ricordato una versione un filino più inquartata dell’imitatore locale Neri Marcorè. Non certo una sfrontata rockstar quindi, ma uno che se da grande deciderà di dedicarsi al mestiere di troubadour, lo farà con una buona dose di classe, anche se magari sommessamente e con non troppa inventiva: staremo a vedere e a sentire.
Un quarto d’ora dopo – sempre nella saletta “piccola” – arriva il turno dell’uomo simbolo di un’epoca, Ian MacKaye da Washington D.C.. E’ la prima volta che lo vediamo dal vivo, e ci brucia ancora nei primi anni ’90 essere arrivati in ritardo (e aridalli…) ad un concerto dei Fugazi a Forte Prenestino talmente stipato da non fare più entrare, ed aver sentito gli echi di “Waiting Room” mentre giravamo la chiavetta d’accensione della macchina per tornarcene tristemente a casa. Fu un piccolo evento locale, quel concerto, e ce lo perdemmo; stasera, perciò, è l’occasione per (parzialmente) rifarci. Di certo c’è che quando arriva MacKaye la sala si è fatta zeppa di gente; l’evento del giorno è lui, Fugazi o non Fugazi, e infatti al termine del suo set il locale si svuoterà sensibilmente. Appare più in carne che nei vecchi filmati dei Minor Threat (dove comunque era un chiodo anfetaminico) e, in pantaloncini corti con cicatrice sul ginocchio da stagediving mal riuscito, non è dissimile da uno dei tanti turisti americani che si vedono vagare per la Capitale. Con lui, che suona una chitarra elettrica alla Billy Bragg, c’è la batterista/vocalist Amy Farina, sorella ovviamente di Geoff a cui però non assomiglia per niente – e buon per lei. Se il formato è quello “economico” alla White Stripes, la proposta degli Evens consiste piuttosto in un nervoso, a tratti rabbioso, folk-punk con alcune singolari escursioni vocali progressive “courtesy of” Amy (che però in alcuni passaggi ricorda troppo Patti Smith). L’impeto punk di un tempo ha fatto posto, in MacKaye, alla voglia di dialogare con il pubblico e di fornire quello che è un piccolo show personale. Installato su una sedia per tutto il tempo dell’esibizione, un po’ gigioneggia e un po’ pontifica sui massimi sistemi – “alla Celentano”, ci viene spontaneo pensare – ma senza eccedere, specie dopo che due ragazze di Chicago tra gli astanti (comprendente parecchi “yankees”) lo apostrofano con uno “shut up and play” che lo lascia basito. Fanno praticamente tutto il loro primo e unico album, The Evens, e la folla si scuote e si diverte, specie nel momento più “punk” della serata, nel corso dell’anthem “Mount Pleasant It Isn’t”, quando MacKaye la conduce in una sorta di karaoke a cantare il chorus “The Police will not be excused, the Police will not behave". Aldilà della un po’ trita retorica fomentatrice, bravi The Evens e bravo MacKaye, da cinque lustri un esempio di indipendenza da tutto e da tutti, soprattutto con la sua leggendaria Dischord Records – un’etichetta di cui a volte ci si dimentica, ma che continua incessantemente a produrre cose di assoluto valore.
Passano solo pochi minuti (grazie al sollecito cambio di sala che ora è quella consueta grande) ed è il momento degli headliners Animal Collective, quartetto di Baltimore nel Maryland correttamente ritenuta una delle band più promettenti della covata neo-millenaria. Da sinistra a destra, il chitarrista/cantante (nonché apparentemente leader) Avey Tare (alias David Portner), il tambureggiatore Panda Bear (Noah Lennox), il manipolatore di uno strano congegno elettronico Geologist (Brian Weitz) e il chitarrista Deakin (Josh Dibb), senza le maschere che indossano nelle loro foto promozionali, iniziano proponendo “Flesh Canoe” (tratta dal nuovo “Feels”, senza dubbio uno degli album dell’anno) e danno vita a un’ora circa di quella che di fatto è una coinvolgente, quasi ininterrotta, sinfonia tribal-psichedelica. Non è un concerto perfetto, sia chiaro – soprattutto perchè le molteplici sfumature presenti nei dischi degli Animal Collective spesso si perdono nella dimensione live a causa dell’amplificazione approssimativa -, e talvolta si ha anche una sensazione di monotonia. Ma gli spunti che il quartetto è in grado di proporre sono davvero numerosi, ed è impossibile non apprezzare gli sforzi compiuti da Avey e soci nel plasmare un insieme sonoro che risulta assolutamente originale. Vengono in mente, ascoltandoli dal vivo “lost in sound”, i primi Mercury Rev – prima della svolta di “Deserter Songs” – con la differenza che se in questi la componente “spaziale” era preponderante, negli Animal Collective hanno la meglio suggestioni naif e in qualche modo “boschive”. In un futuro non troppo lontano – proprio come i Rev - gli Animal Collective potrebbero anch’essi realizzare un grande disco pop; vale anzi dire che due dei pezzi presentati stasera, “Grass” e “Purple Bottle” – sempre da “Feels” - sono GIA’ due meravigliose (stralunate) pop-songs che non hanno nulla da invidiare al Maestro Brian Wilson. Stasera però è soprattutto il volto “trance” e psichedelico di ritorno che gli Animal Collective mostrano al pubblico romano, che sembra perdersi di buon grado nel tornado di voci, effetti elettronici, grida e ritmi tribali creato da questi ragazzi cresciuti insieme nelle scuole steineriane del Maryland. Dei quattro, una menzione particolare deve andare al “moro” Avey Tare (David Portner), vero uomo dalle mille voci; è infatti lui, con qualche isolato supporto da parte del resto della band, che da solo – e con l’aiuto di filtri ed effetti vari – forgia quelle mirabili complesse linee vocali che erroneamente, ascoltando i dischi, avevamo creduto il risultato di un lavoro di gruppo. Quando il vortice tribal-psichedelico cessa di abbattersi su di noi, sono quasi le due di notte. E’ tardi, ma ne è valsa la pena perché gli Animal Collective sono una cosa preziosa, oggi più che mai dopo aver dato alle stampe un album come “Feels” che possiede il raro pregio di piacere sempre di più ad ogni ascolto. E quando Avey, Deakin, Geologist e Panda Bear entreranno in possesso della tecnologia giusta per replicarne dal vivo il sound in maniera ottimale, anche i (pochi) miscredenti dovranno ricredersi nei loro confronti. Per il momento, però, siamo stati ben lieti di goderceli così come sono: poco strutturati, scarsamente accessibili, assai imprevedibili e muniti di una quantità industriale di sana follia.
Articolo del
08/11/2005 -
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