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Corrosiva e sfrontata come ai tempi dei Teenage Jesus & The Jerks, Lydia Lunch non ha risparmiato niente e nessuno nella sua esibizione romana, un qualcosa a metà strada fra un concerto di “free jazz“ e “post punk” d’avanguardia e un “reading” letterario in perfetto stile East Village newyorchese. Si presenta sul palco a tarda sera, introdotta da un breve “set” solo di Terry Edwards, il suo sassofonista. Con lei Marc Viaplana e Ian White, chitarra e percussioni, il resto della sua tour band. Lydia porta con sé sul palco un leggìo con stralci tratti da “Johnny Behind The Deuce”, il suo ultimo libro, e al grido di “Welcome to my nightmare” accompagna all’interno della sua sfera artistica e musicale i pochi presenti di una serata umida e piovosa. Lydia Lunch ci racconta di “knives in her dreams” e delle sue varie “temptations” in un frastuono assoluto determinato da un sax tenore, tirato e ficcante e da una chitarra elettrica lancinante e distorta come raramente capita di sentire. Percussioni di stampo tribale fanno da contrappunto allo stridore dei due strumenti solisti che si alternano in una sfrenata rincorsa di suoni, e a volte la voce della Lunch fatica ad emergere da tutto questo. Ma quando succede è un “outburst of anger”, uno scoppio di rabbia, disperato e ribelle, ultimativo e maniacale. Le sue storie, quella di una “single white female” che vive a New York, quelle note improntate ad una “solitudine che non porta da nessuna parte” e sparsi qua e là i brani tratti da “ Smoke In The Shadows” il suo ultimo album, composizioni come “Hot Tip”, una sorta di cabaret elettrico d’avanguardia, o anche come “Portrait Of The Minus Man”, con il sax di Terry Edwards ancora in primo piano. Lydia Lunch appare come una predicatrice solitaria all’interno del deserto urbano delle nostre città occidentali, inascoltata e minoritaria, sempre e comunque, contrappone la sua ricerca di momenti di piacere, di estasi, di vita alla civiltà della guerra. “We need to fuck what they kill” urla nel microfono, guarda fisso negli occhi i presenti, li indica e ancora “Women And Children First” sono loro i primi a morire in guerra, e ancora invettive contro il fascismo, contro Bush e un accenno quanto mai disperante ai “baby kamikaze” che hanno seminato morte in Iraq. “Dobbiamo liberarci da Dio” grida convinta “E dato che siamo a Roma, sparate al vostro Papa!” Lydia Lunch esegue ancora “Touch My Evil” e “I Love How You Pass…Like Night”, è una sessualità che vuole essere liberatoria, ma che in realtà è malata di solitudine e di abbandono. Le sue composizioni sono dense di atmosfere “noir”, ricche di citazioni jazz e di richiami ad un rock and roll straniato, malato, quasi come se fosse impossibilitato a comunicare quello che vorrebbe. Dopo una breve pausa, in cui lascia sul palco il suo trio per una “jam session” che ricorda molto i “set” di John Zorn, Lydia Lunch torna sul palco per eseguire una versione allucinata e folle, quasi “a cappella”, di “The End” il noto brano dei Doors di Jim Morrison, che ricordiamo anche in una splendida versione di Nico dei Velvet Underground. Lydia Lunch saluta il pubblico, ricorda che tornerà fra breve, l’anno prossimo, in Febbraio, in occasione della traduzione in italiano del suo libro. Un altro appuntamento da non mancare.
Articolo del
07/11/2005 -
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