|
Ampiamente ripagati. Questa è la sensazione vissuta all’uscita dal Rolling Stone di Milano il 9 Ottobre scorso, quando ancora si sente "Dakota" nelle orecchie; quasi due ore di Stereophonics, dalle 21 alle 22 e 45, eppure c’era l’entusiasmo per andare avanti ancora per ore. Andiamo con ordine. In fila dalle 16 e 30 raccogliamo i frutti sperati o quasi: foto ricordo con Richard Jones e autografo, Kelly ci scappa all’ultimo secondo ma già vederlo da vicino mentre si allontana con un curioso cappello di lana ci emoziona; i cancelli si aprono puntuali alle 19 e subito guadagniamo la prima fila, dove restiamo in attesa per un’oretta fino all’arrivo del gruppo spalla, tali Colya. Gruppo preparato ma purtroppo per loro la testa è già altrove, loro sembrano capirlo e dopo uno show di venti minuti scendono dal palco ringraziando: cominciano i preparativi per l’ingresso di Kelly e compagnia, che puntuale arriva alle 21: delirio, pochi saluti ed è subito rock con il brano d’apertura del recentissimo disco: "Superman" dal vivo è potentissima, con un basso martellante e una batteria che picchia , e la voce di Kelly Jones è come sempre di altissimi livelli, praticamente non sbaglia ma abbaglia per tutta la serata. Kelly è un ottimo chitarrista e lo dimostra suonando gli assoli di tutti i pezzi, incaricandosi del ruolo di unica chitarra (non ci sono infatti altri musicisti tranne il tastierista Tony Kirkham che suona anche nei dischi in studio): il risultato è un sound corposo e duro che non ha bisogno di nient’altro, nemmeno delle voci delle coriste perché a questo provvedono Richard e Xavier, essenziali anche in questo. Subito dopo l’attacco a dominare c’è l’ancora più dura "Doorman", ancora dal disco "Language.Sex.Violence", ed è chiaro che il gruppo vuole dare maggiore risalto ai pezzi del nuovo disco; in realtà durante il concerto vengono proposti con buona democrazia tutti e cinque i dischi in studio, con i classici dei primi due dischi e qualche sorpresa tratta dal chiacchierato “You Gotta Go There To Come Back”. Ecco allora che si ascoltano "Local Boy In The Photograph", "A Thousand Trees" e "Traffic" (suonata quasi alla fine e cantata in coro dall’intero Rolling), "Just Looking", "Roll Up And Shine" e "The Bartender And The Thief" (da "Performance and Cocktails"), "Vegas Two Times", "Mr. Writer" e "Step On My Old Size Nines" da "Just Enough Education to Perform" e "Madame Helga" e "I’m Alright" dal quarto disco in studio prima menzionato. Praticamente tutto quello che doveva esserci c’era, compresa una versione acustica di "Maybe Tomorrow" con Kelly da solo sul palco, particolarmente d’atmosfera perché interrompe un delirio di potenza sonora davvero d’impatto. Tra gli altri pezzi nuovi c’è da segnalare la devastante "Devil" e la ballad elettrica "Rewind", la secca "Pedalpusher" (il nuovo arrivo Xavier Weyler alla batteria si è già tolto la maglietta e pesta come un dannato) e la dura "Deadhead"; la chiusura dopo un’ora e tre quarti è della già citata "Dakota", cantata a squarciagola dal pubblico. Uno show poco acustico e molto elettrico e adrenalinico, molto partecipato dal pubblico che comincia a rispondere da subito, già con l’attacco del primo pezzo; il palco viene tenuto benissimo da Kelly che è chiaramente la star e come tale emana un carisma particolare, anche se tra i momenti più belli ci sono quelli strumentali in cui i tre sul palco si avvicinano e danno quell’impressione di onnipotenza on stage. In definitiva è esattamente quello che ci aspettavamo: ottimo rock britannico, ottima tenuta del palco, ottime canzoni e ottima acustica del locale, con un appunto:trenta euro (più del costo del biglietto) sono un po’ troppi per una maglietta. Ma non pensiamoci, gli Stereophonics vengono spesso in Italia, spessissimo a Milano, ma ogni volta che vanno via torna di nuovo la voglia di averli qui da noi. E la voglia di risentirli è già tornata.
Articolo del
13/10/2005 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|