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Tornano i Van Der Graaf Generator e nella “line up” originaria, quella con Dave Jackson al sassofono, Hugh Banton, basso e tastiere, Guy Evans alla batteria, e “Sua Maestà” Peter Hammill, al piano e alla voce. E ci ritroviamo tutti qui con loro a trenta anni di distanza da quel 1 Dicembre del 1975, da quel fantastico concerto al PalaEUR di Roma. Tutto questo può sembrare una celebrazione - e forse in parte lo è - ma in questo periodo stiamo tornando ad una musica “suonata” a melodie che hanno senso, e allora una nuova stagione del “progressive rock” inglese possiede un suo significato. Infatti i Van Der Graaf Generator - anche se singolarmente non avevano mai perso i contatti fra loro - si sono ritrovati insieme come band appena due anni fa, al funerale di un amico comune, e hanno deciso che se questa “reunion” si doveva fare, era arrivato il momento giusto. Solo un grave problema di salute di Peter Hammill, reduce da un infarto, ha ritardato ulteriormente i tempi, ma poi il gruppo è entrato in sala di registrazione e recentemente ha pubblicato “Present” un doppio cd di ottima fattura, che segna il loro ritorno ufficiale sulle scene. Ad aprire il concerto di questa sera la Solar Orchestra, un gruppo di rock sperimentale che crea un’atmosfera raccolta, pronta all’ascolto. C’è il pubblico delle grandi occasioni, e non si tratta solo di ultra quarantenni a caccia di “revival”. Arriva il momento tanto atteso, intravediamo la figura esile e scarna di Peter Hammill, la barba del “guerrigliero” David Jackson, il Genearatore si riaccende, quel processo vulcanico che sta dietro ogni loro composizione musicale, torna in ebollizione! Si parte dalla magnifica “Darkness”, il brano d’apertura di “The Least We Can Do Is Wave To Each Other” un album del 1970, e subito dopo “ The Undercover Man”, con Jackson che comincia al flauto traverso per poi dilaniare l’aria e il tempo trascorso con i suoi assolo di sax tenore. Seguono “Scorced Earth” e “Childlike Faith”, prima di passare all’esecuzione del primo brano nuovo, tratto da “Present” quella bellissima “Every Bloody Emperor” ballata politica, drammatica e intensa, in perfetto stile Van Der Graaf Generator. Subito dopo la lunghissima “suite” di “Lemmings” da “Pawn Hearts” il terzo disco del gruppo, un album capolavoro e anche adesso dal vivo l’emozione è la stessa, una miscela di musica rock e di jazz, di melodia e improvvisazione che ti coinvolge per intero. Segue “Still Life”, bella e drammatica come la ricordavamo, e ancora “Sleepwalkers” con quei passaggi di ritmo, con quei cambi di velocità improvvisi che sconvolgono! E’ il momento dell’attacco di “In The Black Room” tratta da “Godbluff”, con il sax di Jackson altamente evocativo, come sempre. Poi ancora un brano nuovo, quella “Nutter Alert” che è tratta dal primo cd di “Present”. Il finale è riservato ad una interpretazione sontuosa di “Man-Erg”, un brano epico, con quegli accordi di pianoforte sui quali si innesta la voce di Peter Hammill che sembra provenire da un altro mondo, che sa essere delicata e aggressiva insieme, che narra con lungimiranza e passione dell’eterna lotta fra il Bene e il Male dentro quell’unità minima di energia (è questo il significato di Erg) che è l’Uomo. Un brano che inizialmente fa venire i brividi ai presenti, gli stessi che pochi istanti dopo resteranno frastornati quando David Jackson prende fra le mani sax contralto e tenore, li suona insieme, spezza l’incanto e infrange ogni melodia in un diluvio di note schizzate. Poi piano piano torna a farsi strada la voce ancestrale di Hammill che restituisce essenza alle nostre anime. Il concerto sembra finito, ma non può essere così. Richiamati da tutto il pubblico, i Van Der Graaf ritornano ed eseguono una splendida versione di “Refugees” una ballata delicata e sognante, un pezzo memorabile che la gente degusta in religioso silenzio. Hammill saluta, “Il mio compito finisce qui” sorride “ ma il loro continua” e si mette da parte. Ecco che allora David Jackson sorprende tutti con l’attacco fulminante di “Theme One”, un pezzo solo strumentale, un vecchio 45 giri, episodio insolito per un gruppo che ama le lunghe “suite” concettuali, ma anche il primo vero successo dei Van Der Graaf. Il pubblico non vuole andare via, continua ad osannare la band, ma non c’è più modo di averli ancora. Mentre rassegnato mi avvio anche io verso l’uscita, sento dietro di me qualcuno che dice “In che bella generazione abbiamo vissuto!”, una frase che vi rimando per intero e che spiega tutto, forse meglio di tante mie osservazioni.
Articolo del
14/06/2005 -
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