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Intorno ai primi dello scorso dicembre è stato pubblicato, a firma Ermanno Labianca, un consigliato librone enciclopedico dal titolo “Like a Rolling Stone”, in cui sono passati in rassegna i principali cantautori americani dagli anni ’60 ad oggi; orbene, una delle tante schede del libro è stata dedicata a Stan Ridgway, inserimento che di primo acchito ci era sembrato una forzatura: ma come – ci siamo chiesti – l’eclettico Ridgway, “prime-mover” del punk losangelino con i Flesh Eaters e gli X e, in seguito, rappresentante della più surreale new-wave d’oltreoceano, dapprima con i suoi Wall Of Voodoo e poi nella sua (essenziale) trilogia di dischi solisti su major - accomunato a grevi rockers alla Bob Seger e a cowboy con cappelloni e stivalacci alla Guy Clark? E invece, dopo aver assistito all’esibizione dell’ormai cinquantenne ex-Wall Of Voodoo – e del suo “acoustic trio” – dobbiamo ammettere che il Labianca ci aveva visto giusto: Stan Ridgway, oggi nel 2005, è diventato uno splendido e maturo entertainer che pesca a piene mani da quell’inesauribile serbatoio che è la tradizione musicale ”classica” americana - rielaborandola secondo il proprio gusto, che include quindi le “morriconate” e un certo gusto per gli scenari “noir” – e che dimostra di essere, effettivamente, uno dei più efficaci “singer-songwriters” dei nostri giorni. --------Se, all’epoca dei Wall Of Voodoo, Ridgway era una specie di folletto buffo, oggi sembra piuttosto una sorta di Dudley Moore nato e vissuto all’ombra delle palme di Santa Monica piuttosto che nella piovosa Albione, con una voce profonda e nasale ed un atteggiamento che a tratti ricordano Johnny Cash. Ridgway entra in scena in solitario, con indosso un (per lui) consueto completo casual blu con tanto di cravattona, e, dopo aver ricordato che sono ben 15 anni che manca dalla Città Eterna e inforcato un paio di occhiali da vista (“new developments…”, li definisce), inizia il set da “Goin’ Southbound”, tratto dal popolare “Mosquitos” del 1989, come a voler riprendere un discorso improvvisamente interrotto. Poi è “Afghan Forklift” dal recente, valido “Snakebite”, che ci rivela che lo Stan versione folksinger funziona, e anche piuttosto bene, tanto che perfino “Running With The Carnival”, che sul disco si giovava di un arrangiamento sgangherato alla Tom Waits, non risente affatto della nuova versione disadorna. Ridgway è presto raggiunto sul palco dagli altri due componenti del suo “acoustic trio” – la moglie tastierista Pietra Wexstun, altresì leader della band Hecate’s Angels, e il romano Giorgio Baldi, visto in passato al fianco di Max Gazzè ed altri della scena locale e non – e il concerto trova il suo equilibrio in un mix di canzoni vecchie e nuove, “golden oldies” e cover, talvolta sorprendenti per la scelta. Tra i picchi: “Calling Out To Carol”, sempre da “Mosquitos”, una delle migliori canzoni mai scritte da Ridgway, la poco nota “Big Dumb Town”, lettera più di odio che di amore alla natìa Los Angeles pubblicata sul misconosciuto “Black Diamond” del ’96, “Wake Up Sally (The Cops Are Here)” da “Snakebite”, e, naturalmente, l’atmosferica “The Big Heat” dall’omonimo primo album solista dell’86. Va detto però, senza che ciò vada a sminuire la qualità delle canzoni più recenti, che i migliori momenti in assoluto della performance di stasera coincidono con l’esecuzione di tre classici dei Wall Of Voodoo: la cover di Johnny Cash “Ring Of Fire”, che in versione acustica si rifà più all’originale del ManInBlack che alla indemoniata versione che i WoV ne fecero nel ’79; e poi “Factory” - con quel grandioso scioglilingua "I like to know what I'm doin' when I do it / And I do what I'm doin' 'cause I don't know what to do / When I'm not doin' it" - e “Call Of The West”, due dei brani chiave dell’album finale della band (l’altro è “Lost Weekend”, a lungo invocato dal pubblico che non è stato soddisfatto) e fusione perfetta di tensione new wave e atmosfere desertiche alla”Morricone”. Una meraviglia. Orribile, invece, l’altro pezzo dei Wall Of Voodoo, quella che Stan chiama “that radio song”, “Mexican Radio” ovviamente. Ridgway, che è tornato ad eseguirla dopo anni in cui si era rifiutato di farla, ce la propone/propina in salsa tex-mex, storpiando volutamente le parole perché….”è la mia prerogativa, come disse quel grande filosofo di Bobby Brown”, spiega Stan che è questo punto si è forse scolato un po’ troppo vino italiano, di cui va matto. Detto che anche “Camouflage” rende poco in versione acustica, il set di Ridgway va avanti a lungo, e senza mai annoiare: il trio ci regala ancora “God Lives in a Caboose” da “Snakebite”, “Peg and Pete and Me” da “Mosquitos”, “Police Call” dalla colonna sonora del film “The Drywall Incident”, e due lunghi bis nel corso dei quali esegue l’ottima “Salesman” da “The Big Heat” e due vere e proprie chicche, quali una cover della folk-song “Only A Hobo” del primo Bob Dylan alla Woody Guthrie – eseguita, ci è parso di capire, in contrasto al’opulenta inaugurazione che si era tenuta nel pomeriggio alla Casa Bianca - e la rara “Garage Band '69”, brano (acusticamente) garage tratto da “Holiday In Dirt”, album inciso nel 2002 per l’etichetta indie New West e passato inosservato. Finale a sorpresa, a beneficio della “psychedelic madhouse” con un’incongrua esecuzione di “White Rabbit”. Sì proprio quella dei Jefferson Airplane. Cosa c’entra con il resto del concerto? Assolutamente nulla, ma stasera eravamo andati a vedere non un singer/songwriter qualsiasi, ma quello sciroccato di Stan Ridgway, il “cappellaio matto” della new wave losangelina. Dopo tanta classe e perizia – e disinvoltura alla Johnny Cash – avevamo bisogno di un segnale che ce lo ricordasse, ed è puntualmente arrivato, proprio sul filo di lana.
Articolo del
24/01/2005 -
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