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Il festival in questione si tiene ogni due anni a Verscio, un piccolo paesello di circa 500 anime vicino al Lago Maggiore, in Svizzera. A promuovere questo evento è un gruppo locale, i Vomitiors, che si sono sempre distinti per i grandi nomi che son riusciti a far venire in un buco come questo. Quest’anno si è tenuto in due serate, scriverò la cronaca della prima. ----------- Quest’anno la grande attesa era per gli storici Misfits, un po’ meno Misfits ma ancor più storici se si tiene in considerazione che il trio è formato dal bassista originale di questo gruppo, da Marky Ramone alla batteria e da Dez Cadena, chitarrista dei Black Flag. Una vera leggenda del punk. Purtoppo le frane e i temporali sulle strade ci hanno fatto perdere i primi due gruppi, i locali Shimes, freschi di un nuovo album punk-rock e i Cataract, i più rinomati in Svizzera nel campo metal, conosciuti anche in tutta Europa. Come terzi hanno suonato gli Skarface, con il loro divertente ska francese e i loro completini rigorosamente bianco-neri che hanno coinvolto gli amanti del genere in balli sfrenati, e mandato a prendersi una birra i rimanenti. Leggendo i volantini e i manifesti mi aspettavo parecchio dal quarto gruppo, in testa al quale c’è l’ex chitarrista dei Pogues con la sua band Jamie Clarke’s Perfect. Invece è stata una gran delusione notare che il musicista usa, come sottotitolo al suo nome, il ricordo di coloro che per primi mischiarono melodie irlandesi al punk per il semplice fatto di non essere all’altezza di produrre qualcosa di interessante e originale. Infatti la strumentazione consisteva in una fisarmonica, la chitarra e una batteria ridotta all’osso e, quello che produceva, non era altro che giri di note irlandesi, ripetuti fino alla nausea, con chitarra distorta come accompagnamento. Devo dire che mi son sentito sollevato quando un tecnico ha indicato loro di tagliare per un improbabile problema di tempo, visto il largo anticipo con cui si stava svolgendo la manifestazione.----------- Prima degli headliners la bella sorpresa che ha spiazzato le mie aspettative, vale a dire di vedere i Goldfinger come una semplice band di punk melodico, una di quelle che vanno tanto di moda in questi tempi. La prima cosa che colpisce nel vederli è la loro età, per niente rientrante nella categoria «boyband» e la grande capacità del frontman a coinvolgere un pubblico scettico. Oltre a lui hanno contribuito un uomo con il perizoma alla batteria, un chitarrista dai movimenti da manicomio e, sicuramente non da ultimo, un repertorio variato e curato di canzoni veloci e melodiche, benchè abbastanza prevedibili. Il culmine del divertimento è stata la cover di «I Believe In A Thing Called Love» dei Darkness, con un ridicolo batterista avvolto in un altrettanta ridicola sciarpa pelosa e coperto soltanto dal filo del tanga che ha cercato di arrivare all’ irragiungibile falsetto di Justin. Per finire un pizzico di propaganda anti-Bush, con la promessa da parte del cantante di fare il possibile per non far rieleggere il presidente per poi concludere con la loro famosa cover «99 red balloons». -------------- Arriviamo dunque a loro, che non hanno avuto bisogno di incitare il pubblico già in delirio. Appare Jerry, sorridente e unico membro che si prepara la strumentazione da sè, seguito poi dagli altri due. Attaccano subito con Attitude, e sfornano un successo dopo l’altro senza pause, se non per qualche battuta di Jerry. Incredibile l’energia e la velocità dei pezzi, tutti eseguiti molto più rapidamente dalle versioni registrate. Gli spettatori cantano a squarciagola pezzi come "Halloween" o "Last Caress" per poi sentire un coro da stadio (benchè ci fossero circa 1500 persone) quando han suonato il primo dei cinque tributi al gruppo di Marky Ramone, «Sheena is a punk rocker». Sudati e stravolti hanno suonato più di trenta canzoni in un ora e, nonostante siano ormai piuttosto grassi e vecchi, ci hanno messo l’anima, soprattutto il batterista, che batteva con la stessa potenza che ci metteva in «Pinhead», nel lontano ’77. Dopo un doppio bis chiamato dal tradizionale «hey ho, let’s go!», affaticati son spariti nel backstage, lasciando un segno ai più giovani e un malinconico ricordo ai vecchi. Il mio unico timore, che ormai fossero in tour soltanto per un commerciale 25esimo anniversario della horror-band, è stato cancellato. L’ impressione è quella di tre musicisti che amano ciò che hanno creato e che vogliano trasmettere questa passione ancora oggi, fieri di aver dato una svolta alla storia musicale.
Articolo del
15/09/2004 -
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