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Li sbagliamo sempre gli orari di inizio dei concerti, il che stavolta ci spinge ad esclamare “Dannazione” come il più trito Gambadilegno nelle più scontate avventure di Topolino di produzione autoctona. Sì, perché il set dei “supporters” The Rapture, a giudicare dalla mezz’oretta o poco più che ne abbiamo visto ed ascoltato, valeva davvero la pena. Ci siamo infilati al Centrale quando la gang dei 4 di New York – già da una ventina di minuti sul palco - ciondolava al sound narcolettico di “Infatuation”, brano di chiusura del loro unico (e bellissimo) album “Echoes” e ci siamo detti “che noia”. Luke Jenner e soci, però, ci hanno fatto subito ricredere, ingranando la quinta di quel sound punk/funk che a tratti ricorda i Gang Of Four, altrove sa di James Chance & The Contortions (sarà il loro uso del sax…) e talvolta possiede i tratti dei Duran Duran della bell’epoca d’antan. E proprio la duraniana “Sister Saviour”, melodia e funk al posto giusto, è il pezzo che ci ha cominciato ad impressionare. Un sax folle e un drumming frenetico e rutilante hanno continuato a tenere desta la nostra attenzione, finchè è arrivata, in chiusura di set, la vertiginosa “House Of Jealous Lovers”, e ci siamo inginocchiati adoranti al culto dei Rapture, quattro ragazzi che faranno strada, molto ma molto più convincenti – e grintosi – live che non su disco. Dannazione, appunto. ----------------- I più stagionati Belle & Sebastian, per contro, hanno confermato tutti i loro limiti di formazione in grado di confezionare apprezzabili album per ascolti solitari, ma assolutamente negati alla situazione del “live”. Per carità, non si ha qui intenzione di denigrare Stuart Murdoch che, privo di Isobel, ha il (debole) impatto scenico che peraltro sa, da persona intelligente qual è, di avere. Non si vuole dir nulla di male delle ottime nuove canzoni di “Dear Catastrophe Waitress” presentate stasera (non si capisce però perché Stuart ci abbia negato la title-track e, soprattutto, non abbia eseguito, almeno come bis finale, l’acustica “Piazza New York Catcher”, miglior episodio del disco anche secondo le decine di fans che la invocavano a gran voce), né criticare le versioni “moderne” di quelli che sono ormai dei veri classici per teens sfigati (ci sono piaciute parecchio, ad es., “The Boy With The Arab Strap” e “Jonathan David”). Il fatto è che Belle & Sebastian dal vivo, per quanto si sforzino (e francamente non sapremmo dire quanto si sono sforzati a Roma), sono inevitabilmente, tremendamente, spaventosamente MOSCI. Nonostante Stuart li definisca (ironicamente, si spera) una rock’n’roll band, B&S sono un sinsino troppo pop per poter comunicare sensazioni vibranti (è di quelle che siamo spasmodicamente a caccia, no?) in una dimensione qual è quella della micro-arena allestita al Centrale del Tennis. Beninteso: continueremo a comprare i loro dischi, ad innamorarci delle (con le) loro canzoni, e a cantarle a squarciagola quando nessuno ci sente, ovvero sotto la doccia e in macchina. E’ solo che stasera, per parafrasare il buon Murdoch di “I’m A Cuckoo”, avremmo preferito starcene a casa-ah ad ascoltarci i Thin Lizzy-ah.
Articolo del
13/07/2004 -
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