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Lo ricordavamo anni fa nei God Machine, insieme all’amico Jimmy Fernandez, poi deceduto per una overdose. Lo temevamo perso dietro ad ansie depressive, a crisi esistenziali, sommerso dalla disillusione e dai rimpianti. Lo ritroviamo invece nei Sophia, collettivo musicale di indubbio valore, capace di mescolare certo “mainstream” rock di stampo prettamente americano con delle atmosfere ricercate e melodiche di derivazione europea. Lui è Robin Proper-Sheppard, originario di San Diego in California, ma da tempo ormai trasferitosi a Londra, dove ha affinato gusto e stile. Preceduti dal rock acustico intenso e fin troppo struggente degli Infinito, i Sophia hanno regalato al folto pubblico romano un “live act” a dir poco sorprendente che ha privilegiato i brani più recenti, quelli tratti da “People Are Like Seasons”, l’ultimo album della band. Il nuovo disco rappresnta di certo il vertice compositivo di una trilogia che vedeva in “Fixed Water” e “Infinite Circle” altri due episodi di rara bellezza, due perle acustiche, delicate e sofferte. Ora però, come per incanto, il dolore trova una sua elaborazione, una dimensione maggiormente compiuta. La tristezza non è più autoflagellazione, ma diventa arte e accompagna con ritrovata freschezza brani come “Swept Back”, “Swore To Myself” e “Fool” che dal vivo acquistano uno spessore diverso grazie anche ad una dinamica più accelerata. ------------ Su tutto, splendida, impareggiabile, “Oh My Love” una ballata elettrica assolutamente esaltante, con quel “refrain” indovinato e accattivante, degno di una grande “pop song”, che viene cantata a gran voce da tutti i presenti. Robin Proper-Sheppard ha dei problemi con l’impianto, non vede più traccia di “feed-back”, si lamenta, non sente il suono della sua chitarra, non gli è chiaro quello che sta cantando ma poi riprende a suonare, ricorda i suoi primi concerti italiani, ben diciotto anni fa, recupera da quei giorni una straordinaria versione di “The Sea”, ci regala le sonorità rarefatte di “Desert Song No. 2” ed i passaggi acustici intensi e malinconici di “Another Trauma”. Sul finire il concerto dei Sophia diventa più duro, il suono si fa massiccio e tambureggiante, l’esecuzione di brani come “Darkness” e “If A Change Is Gonna Come” ha l’effetto di una cruda sferzata elettrica, volutamente in contrasto con tutto il resto. La voce di Robin risuona lontana e distante, sepolta da quel “wall of sound” già proprio dei Mogwai. Le chitarre si rincorrono, emettono suoni lancinanti ed ossessivi, è un rock and roll acido e corrosivo, che appartiene comunque al DNA della band.
Articolo del
27/04/2004 -
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