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Per chi non lo sapesse ancora, la trentenne Veirs è una delle cantautrici emergenti della scena "indie" statunitense ed il suo quarto ed ultimo album "Carbon Glacier" è un capolavoro di moderno songwriting acustico, caldamente consigliato. La placchiamo in un INIT semideserto, intenta ad assaporare il live del collega/amico Chris Brokaw, e le chiediamo se sia disposta a sottoporsi ad una breve intervista. Laura accetta di buon grado. Non senza qualche difficoltà, rimediamo carta e penna e diamo il via alle danze. Ci scusiamo, intanto, per la scarsissima presenza di pubblico, il concerto dev'essere stato mal pubblicizzato. In Inghilterra, invece, a quanto pare, la Veirs è una specie di mito… "C'è poca gente, è vero, ma d'altro canto è la prima volta che vengo in Italia e sono comunque contenta di essere qui. In Gran Bretagna ho ricevuto molte recensioni favorevoli e sembra esserci molto interesse. Abbiamo appena finito un tour da quelle parti, siamo stati a Londra, a Manchester… Alcune sere c'erano più di 300 persone. E' stato molto incoraggiante. Sicuramente siamo molto più apprezzati in Gran Bretagna che nella natìa America. Attualmente, per assurdo che possa sembrare, non possiedo un contratto con una casa discografica negli USA. "Carbon Glacier" è uscito solo in Europa. Stiamo vagliando alcune offerte; siamo sempre ad un passo dal concludere, ma poi arriva qualche intoppo. Comunque sono ottimista. Prima o poi lo firmerò questo benedetto contratto…"--------- Bè, tu sei di Seattle, lì c'è la Sub Pop, la K records. A proposito, com'è la scena adesso? "Per la verità io sono originaria del Colorado, sono venuta a Seattle dopo la fine del college e ci sono rimasta. Sono apparse sui giornali tutte queste storie di come io lavorassi come geologa, e di come all'improvviso ho avuto quest'illuminazione che mi ha portato a diventare una musicista….Ma in realtà non ho mai fatto la geologa a livello professionale, ero solo una studentessa. Comunque, per tornare a Seattle, mi piace, c'è una scena molto viva, molto eterogenea. Non ero lì quando è scoppiato il grunge, ma è un qualcosa che continua ad essere nell'aria. E' questo il motivo per cui cito Cobain in una canzone di "Carbon Glacier" (“Rapture”, n.d.a.), per me è stato importante e continua ad essere importante per Seattle. Oggi il grunge è finito, ovviamente, adesso le migliori bands suonano musica più varia, con strumentazioni anche ardite, si cerca di creare qualcosa di nuovo. In generale io sono legata a tutta la scena del c.d. North-West. Tra le cose più interessanti ti posso citare Karl Blau, che mi accompagna per tutto questo tour; è un bravissimo polistrumentista, dovresti sentire la sua versione reggae dello "Schiaccianoci" di Tchaikowski! E poi Mirah, incide per la K Records, un gruppo fantastico chiamato Little Wings, sempre su K, un'artista che si chiama Aiko Shimada, Eyvind Lang, un violinista che ha suonato con me fin dal primo album, Bill Frisell che probabilmente tutti conoscono anche in Italia, M. Ward che incide per la Portland Merge Records, e infine Jesse Sykes."---- Bello, grazie delle dritte, me li spizzo un po’ tutti appena ho un po’ di tempo. Per finire, la classica domanda di rito: influenze? "Un po’ tutto il country-blues degli anni '50, '60 e '70. Parto dalle origini, dal folk-blues delle origini, e ti dico: Elizabeth Cotten, Mississippi John Hurt, Robert Johnson. E poi, per venire a tempi più recenti: il grandissimo Johnny Cash, Hank Williams, Woody Guthrie, Hazel Dickens, Emmylou Harris, Joni Mitchell… Oggi mi piacciono Ani Di Franco, Gillian Welch, Cat Power e Nina Nastasia. Ah, dimenticavo; Pete Seeger, la Carter Family, ovviamente Bob Dylan e, perché no, Bruce Springsteen..."
Articolo del
22/04/2004 -
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