|
Scandalo a Roma. Disdoro, vergogna. E non ci riferiamo all’indegna gazzarra scatenata al recente derby capitolino da un manipolo di fanatici ultrà con lo zuccotto, ma ad un qualcosa che ci ferisce ben più nel profondo, e che va sotto il nome di “apatia”. Sentite: arriviamo trafelati all'una meno venti pensando che, bene che ci andrà, riusciremo a cogliere un paio di canzoni della Veirs. Invece, con nostra sorpresa - non eccessiva, visto che gli orari dell'INIT ormai abbiamo imparato a conoscerli - sul palco c'è ancora il "support act" Chris Brokaw, il cantautore di Boston asceso agli onori delle cronache per aver composto "My Idea" per il rinato Evan Dando, che sta concludendo un'esibizione non esattamente trionfale. Non per colpe proprie, sia chiaro, chè Brokaw dà il suo meglio. E' il panorama intorno a lui che è desolante oltre che surreale, dato che il pubblico - pagante e non - è composto da appena una decina di persone, di cui almeno due terzi decisamente distratte. Ci diciamo che è ancora presto - in fondo siamo al periferico INIT, mica all'Auditorium - e che poi è impossibile che un talento, pur appena sbocciato come quello di Laura Veirs, non richiami almeno (almeno!!) un centinaio di appassionati. E invece il tempo passa, eccome se passa, e poco cambia. L'atmosfera che contorna l'esibizione del secondo act di supporto - Jenifer Collins, buona padronanza dell'italiano, intensa folksinger penalizzata dall'amplificazione, aumenta lo sconcerto: peraltro cogliamo Brokaw, seduto dietro un tavolaccio di legno a smerciare la discografia propria, nonché della Veirs e della Collins, un po’ sopra le righe nell’adirarsi nei confronti di un'avventrice, rea a suo avviso di essersi inguattata un CD in borsa senza pagare. E la Veirs? E' mischiata tra il pubblico - e nessuno le fa caso - look da collegiale USA in vacanza, intenta a prendere note sul suo blocknotes di "lyrics", un po’ quello che doveva fare il primo Bob Dylan nel '63, e di tanto in tanto getta un'occhiata distratta all'amica Jenifer che (stra)parla in italiano. Dopo lunga attesa (sono quasi le due di notte) arriva il turno di Laura. Saremo massimo in trenta, trentacinque spettatori quando sale sul palco accompagnata dalla sua fida acustica e dal fidatissimo accompagnatore polistrumentista Karl Blau. Ci sediamo in primissima fila su una rigida sedia di plastica mentre l'occhialuta menestrella di Seattle inizia a vocalizzare "The rose is not afraid to blossom / though it knows its petals must fall", l'attacco di "Lonely Angel Dust" dal suo quarto ed ultimo album "Carbon Glacier". Temevamo che la formazione ridotta (a due) senza la presenza dei quattro Tortured Souls al completo potesse nuocere al sound, renderlo eccessivamente spoglio, ed invece Veirs e Blau insieme reggono alla perfezione, grazie anche ad un'intesa che pare granitica. E la Veirs emerge per quello che è, una fantastica cantautrice folk-blues con ascendenze "indie", spirito bambino un po’ naif con venature “dark” capace di meravigliarsi delle grandi-piccole manifestazioni della natura, e di raccontarle con infinita classe e delicatezza. Laura esegue "Ether Sings", "Icebound Stream", "Wind Is Blowing Stars", e ancora una maestosa "Shadow Blues", fa quasi tutto "Carbon Glacier" e lo fa meravigliosamente, in maniera che ci appare incredibilmente ispirata a dispetto delle circostanze. Circostanze che vedono le 30-35 anime presenti applaudire in modo fin troppo pacato, cosa che ci fa venire un dubbio a un passo dall'essere una certezza: saremo mica, noi, gli unici in tutta la sala ad essere venuti all'INIT apposta per sentire Laura Veirs e non invece per tirare avanti un piovoso sabato sera in mancanza di meglio? -------- Blau innesta la drum machine per "The Cloud Room", il singolo e brano più "facile" di "Carbon Glacier"; a seguire, lo strumentale "Anne Bonny Rag", che la Veirs pare divertirsi un mondo ad eseguire, con le dita che vanno a mille sulla tastiera della chitarra, in un rimando all'ormai scomparso mondo di "O Brother Where Art Thou", e "Cannon Fodder", unico brano dal precedente CD "Troubled By The Fire", e forse il suo più celebre con l'inizio-shock "I will not have a child / I will be wild", sul senso di procreare in un mondo violento come quello attuale. Poi il finale, gelido come il mare d'inverno, bellissimo, di "Riptide", che la Veirs esegue in solitudine. Niente “Chimney Sweeping Man” (peccato) e niente bis, anche perché che senso ha rientrare sul palco quando metà degli spettatori sono collassati sulle sedie per disinteresse, stanchezza, ubriachezza o chissà che altro? ----------- Brokaw, ormai invasato nel suo ruolo di bancarellaro, insiste per farci acquistare l'album in cui compare la sua versione di "My Idea", ma noi impietosamente nicchiamo sganciando invece dieci euro per il secondo introvabile CD della Veirs e ci rituffiamo nella notte, inveendo, alla Alberto Fortis, contro una città come questa nostra Roma, e contro il suo pubblico - di merda, ovviamente - che si merita Alberto Sordi, Eros, Renatozero e perfino Sting, che - ne siamo certi - il prossimo giugno a Piazza del Popolo radunerà mezzo milione di persone se non di più. Un pubblico che non presterebbe attenzione alla nuova Joni Mitchell neanche se disseminasse la metropoli di cartelloni pubblicitari 6x3. Che indecenza, che voglia di emigrare e che concerto, bellissimo anche se per sole due persone e spiccioli, quasi un’esibizione “ad personam”. Più ci pensiamo e più ci pare pazzesco.
Articolo del
15/04/2004 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|